Non poteva che tenersi alla 206 Unknownow Gallery la prima personale dedicata a Simone, rigattiere cinquantacinquenne, ora non più sconosciuto grazie a Fabrizio Bellomo, che ne ha curato l’esposizione in corso fino al 20 ottobre. Anticonvenzionale, e forse volutamente provocatoria, la scelta dei galleristi Pigi Bosna e Michele Calderoni, che per l’apertura di questa stagione espositiva hanno scelto di puntare su un artista molto radical e poco chic. Ma soprattutto questa volta hanno portato in galleria un’espressione così estrema di arte di strada che sarebbe più opportuno definire di quartiere, per giunta periferico. Stiamo parlando di San Cataldo, dove Simone lavora nel suo cantiere da anni, lo stesso dove nel 2014 Bellomo ha girato il film intitolato “L’albero di trasmissione”, documentando la genesi del suo lavoro e ancor più della sua famiglia.

Simone ha solo 17 anni quando realizza, con la collaborazione del padre, una macchina a idrogeno e ora, quasi quarant’anni dopo afferma: “Questo per me è un gioco”, sintetizzando con parole semplici ma efficaci il suo approccio, maturato fuori da ogni sistema che delinea l’ascesa di tante “artistar” contemporanee, sembrerebbe piuttosto un’orgogliosa eccezione alla regola. A metà tra il lavoro dell’artigiano e quello dell’artista, Simone opera in maniera libera e incondizionata, dimostrando quanto ancora oggi questo sottile, e forse inutile confine, in realtà funzioni poco. Le sue sculture ispirano associazioni di pensieri che nascono dalla combinazione di oggetti, attrezzi di ogni genere e scarti spesso assimilabili a qualche icone del consumismo, saldati e assemblati per essere rinnovati.

Strumenti e simboli pescati dal repertorio del quotidiano, che Simone esautora dalla patina del Pop, lasciandovi solo quella della ruggine provocata dal tempo, come la Peppa Pig, il logo della Coca- Cola o l’asso di bastoni. Talvolta nelle sue opere viene spontaneo leggervi la metafora del proprio lavoro, espressione autentica di una forma di sapienza, coltivata con dedizione, costanza e pazienza come lo si farebbe con la terra. Ecco che su una struttura a serpentina dispone una serie di attrezzi utili alle varie fasi della lavorazione della terra, dalla falce alla zappetta. Oppure l’eloquente operazione che compie nel montare un vecchio timone con un orologio da parete dal gusto vagamente retrò; forse per dimostrare, o ricordarci, di poter essere sempre capaci nel condurre ognuno il proprio tempo.

Fino al 20 ottobre

Galleria 206
Via Dei Mille 206

INGRESSO LIBERO
Dal giovedì alla domenica
18.00- 21.00

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