Una rivisitazione dei “mitici” anni ’70, tra sogni, musica e ricordi. Nicki Persico, avvocato e scrittore, presenta il suo nuovo lavoro: “Hair”.

L’hai definito un “Non libro”, perché?
«In effetti “Hair” ha suscitato curiosità e più che raccontarlo, si è detto cosa “non” è. Di sicuro non segue alcuna regola. Se non quella di una comunicazione (tra autore e lettore) che cerca il più possibile di azzerare distanze. Riprende il valore basico della scrittura. Ma soprattutto riparte dall’idea di quello che io chiamo “terzo soggetto».

“Terzo soggetto”, di che si tratta?
«In altre forme d’arte il coinvolgimento dei sensi dello spettatore è quasi totale, come nel cinema 3D. Nella fotografia la vista, nella musica l’udito. Peculiarità della scrittura invece è che l’unico “strumento” impegnato a 360° sia la mente di chi legge. Certo, la vista è interessata al processo, ma in funzione del leggere e non del mostrare. La suggestione del testo, tuttavia, avvia un processo creativo nel lettore, onde possa prendere “forma”. E’ inevitabile una quota di personalizzazione per ambientazioni, voci e volti, che ogni lettore dovrà immaginare e ‘vedere’ dentro di sé. Il processo si compie quindi quando questa ‘realtà’ prenderà forma nella mente di chi legge. I due soggetti necessari, scrittore e lettore, interagendo tra loro daranno vita a questa realtà, che è di fatto un “terzo soggetto”. Il frutto di una operazione creativa cui prende parte anche il lettore: unica, irripetibile, e soprattutto non trasferibile, perché solo il lettore ne avrà piena contezza. In definitiva il concetto è: curare la purezza del messaggio suggestivo, lasciando ampi margini a chi legge nella creazione del “terzo soggetto».

Una idea originale e, se vogliamo, piuttosto innovativa.
«Sì, perché di fatto tutto “Hair” ruota intorno alla cura di questo percorso creativo. L’idea nasce da dialoghi con Carla Palone, editrice di Gelsorosso. che conosco e stimo da tempo. Insieme abbiamo rivisitato ogni singolo elemento, ogni più piccolo dettaglio, senza dare nulla per scontato, a partire dal sottolineare la rilevanza e la preziosità dello stesso “oggetto libro” che entra a far parte della nostra vita».

Può un libro essere parte della nostra vita e quasi rappresentarci?
«Accade spessissimo. Quando entriamo in possesso di un libro, poco si riflette sul ruolo dirompente che potrà forse avere nella nostra vita. Voglio dire che a tutti sarà capitato di reimbattersi per caso in un libro “dimenticato”. Magari letto nell’adolescenza. E che nel rivederlo, toccarlo o addirittura nel sentirne il “profumo”, avrà evocato in noi sensazioni forti e ricordi. Ciò è dato anche dalle nostre personalizzazioni: sottolineature, annotazioni, occasionali biglietti/segnalibro: una fotografia di ricordi che riaffiora, e comprende sensazioni ed emozioni perché viene evocato il “terzo soggetto”, del quale il testo è divenuto depositario “fisico”. Ha un valore unico. Così, per incentivarne il ruolo di contenitore emozionale ho voluto omettere i numeri di pagina e “macchiare” le pagine con la scansione delle mie impronte digitali onde incentivare il lettore a “toccare” e “vivere” e personalizzare il testo. Più sarà “vissuto”, più sarà prezioso».

Dunque, “Hair”, non solo da leggere ma anche da “vivere”.
«Esatto. A partire dal formato, agevole da portare dovunque con sé senza timore di ‘sporcarlo’, ma anzi volendolo fare: salsedine, vino, terra, non saranno ‘macchie’ ma segni, cicatrici, ricordi. Anche l’idea della copertina personalizzata dopo la stampa ha una sua logica: sottolinearne unicità e valore: non esiste una copia identica alla nostra. Poi abbiamo anche ragionato sull’attuale modo di comunicare. Oggi l’imperativo è “ottimizzare” il tempo, si tende a sintetizzare il messaggio comunicativo. E questo, il più delle volte, rende difficile approfondimento e riflessione. Leggere significa anche ritrovare “spazio”, raccogliersi, concentrarsi astrarsi. Un libro va “ri-ascoltato” all’interno di sé stessi e una lettura “rallentata” può aiutare. Per cui abbiamo scelto volutamente un carattere con lievi elementi di “irregolarità”. Anche la necessità di preservare l’originale del messaggio suggestivo ci ha portati a fare scelte inusuali, per esempio eliminando le maiuscole e riducendo la punteggiatura. Dunque è risultato “Hair”: non proprio “poesia”, non proprio “prosa”, ma solo “parole”. Senza schemi e titoli. In definitiva il concetto è: purezza del messaggio lasciando chi legge il più possibile scevro da influenze nella creazione del “terzo soggetto».

Sul sito di “Gelsorosso” è presente una playlist per la riproduzione di alcuni brani di “Hair”. Dunque, un libro anche da “ascoltare”.
«In un certo senso sì. Predisporsi alla lettura, o accompagnarla, o ascoltare musica dopo la lettura, durante la riflessione. Sul sito di “Gelsorosso” c’è un link ad una playlist cui si potrà accedere con un solo “click”. Tutti brani riconducibili al periodo di Woodstock. Con “Hair”, ho voluto evocare il musical da cui prende il nome, poi ripreso da Milos Forman che, nel 1979, ne creò il film. Il desiderio era recuperare lo spirito Hippie posto a base della performance teatrale del ’67, espressione spontanea ed entusiasta di un’epoca precisa, che si era ormai affievolito. Ho cercato di trarre da queste riflessioni l’invito ad un recupero del tempo e dei sogni. Oggi scarseggiano, a mio avviso. Ciò è sbagliato e dannoso per tutta la società. Ogni cosa, prima di divenire realtà, nasce da sogni che poi qualcuno ha realizzato. A questo proposito mi preme sottolineare il coraggio di un progetto come questo, che si assume il rischio del fallimento. Un rischio che oggigiorno si tende ad affrontare sempre meno spesso percorrendo il solco dell’omologazione che, alla fine, contribuisce all’inaridirsi del mercato».

Un invito più a “destrutturare” o più a “ricostruire”?
«Credo proprio entrambe le cose. Ripartire da zero, destrutturando, e ricostruire passo dopo passo. Ma sempre ed esclusivamente con un fine preciso: comunicare efficacemente. “HAIR” è comunque un uscire dagli schemi, un provare a non omologarsi passivamente e acriticamente alle convenzioni. Abbiamo anche riconsiderato la fase della cosiddetta “presentazione” che si è tenuta in un teatro, l’Abeliano. In realtà, volevamo che non fosse “solo” una presentazione, ma un vero momento di condivisione, confronto, osmosi. Una occasione per stare davvero insieme. Per questo ringrazio Vito Signorile, Mauro Pulpito e Davide Ceddìa, gli straordinari “lettori” di quella serata, che con le loro “magiche voci” e la loro professionalità, hanno reso possibile tutto ciò».

Dunque, un successo. Te lo aspettavi?
«La “prima” ha oggettivamente superato ogni nostra aspettativa. L’emozione ha viaggiato ed è arrivata a destinazione. Chi c’era può testimoniarlo. Si è respirato coinvolgimento, ed è stato tutto contagioso. Commozione, e soprattutto gioia. Io per primo sono rimasto sbalordito. Per un autore questo credo sia il massimo risultato ottenibile. Straordinari anche i primi riscontri dai lettori. La parola ricorrente è stata “geniale”. Io la intendo nel senso più umile: essenzialità e semplicità insieme. Poi ricordo anche parole come “viaggio”, “pace”, cose che Hair, non ha la “pretesa” di trasmettere, ma invita a cercare. Nelle “istruzioni per l’uso” c’è’ scritto infatti: “non ha pretese, ma sogni”. E i sogni sono il codice base ricorrente. Per la sera della prima qualcuno mi ha chiesto se vi fosse un “dress code”, magari ispirato agli anni settanta. Ho risposto che si potevano vestire come volevano, ma che c’era invece un “mind code”: venire predisposti il più possibile a sognare. Per essere felici, non conta tanto cosa si indossa, ma quello che si ha nella testa. Hair, comunque, un giorno sarà anche musica. Alcuni dei testi saranno canzoni, alle quali stanno già lavorando dei musicisti».

Un progetto innovativo, coraggioso e appagante perché definirlo un ‘Non-libro’?
«Perché gli altri sono libri. Questo non so esattamente cosa sia. Questo è solo e semplicemente Hair».

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