Assistere alla conferenza stampa di chiusura del ciclo di lezioni di storia al Petruzzelli è stata l’occasione per riflettere sullo stato della cultura a Bari e dintorni, con uno sguardo attento al presente, riletto alla luce di un passato recente, ma anche appena più remoto. Con Casa Laterza, com’ero solito chiamare gli editori Laterza, gioco in casa per tante ragioni, che provo brevemente a riassumere.

Tra “gli amici di casa Laterza”, coloro che Vito Laterza, dopo la scomparsa di Benedetto Croce (1952) chiamò a collaborare con proposte e suggerimenti, anche in tema di manoscritti da pubblicare, c’erano mio zio Mimì (all’anagrafe Domenico) Loizzi ed il mio professore d’Italiano al Liceo, Michele D’Erasmo. Furono nel primo nucleo, quello dei primi anni ‘50. Giovanni Papapietro, invece, ricoprì lo stesso ruolo nella seconda metà di quegli anni. I tre furono tutti estremamente importanti nella mia formazione.

Del fratello di mia madre, Mimì Loizzi, laureato in giurisprudenza e formatosi come docente di filosofia alla suola di Benedetto Croce, mi piace ricordare che i Gesuiti dell’Istituto di Cagno Abbrescia lo chiamarono a insegnare negli anni ’40 filosofia nel loro liceo. Scelsero lui, noto antifascista (fu arrestato con Fabrizio Canfora, Luigi De Secly e Carlo Colella per l’organizzazione e la partecipazione al corteo antifascista del 28 luglio 1943, conclusosi con la strage di Via Nicolò dall’Arca), ma anche anticlericale dichiarato. Quali grandi educatori erano i gesuiti dell’epoca, dotati di una straordinaria apertura mentale. L’avessero tramandata ai nanetti oggi in circolazione staremmo a raccontare un’altre storia.

Michele D’Erasmo, pochi lo ricordano, è colui che da primo presidente del Liceo Musicale Niccolò Piccinni, volle Nino Rota alla direzione dello stesso e lo nominò, sfidando le ire del noto musicista bitontino Pasquale Larotella, direttore uscente. Quanta lungimiranza. Rota fece di Bari uno dei licei prima, e conservatori poi, più qualificati d’Italia. Che caduta di livello dopo di lui, anche se talune scuole (come quella pianistica, ma non solo) si sono mantenute piuttosto alte, anche grazie al profondo seminato di Nino Rota. Così come Benedetto Croce attirò e formò cultura filosofica e letteraria a Bari (con i suoi “allievi” Mimì Loizzi, Fabrizio Canfora, padre del più noto Luciano, Ernesto De Martino, Michele Cifarelli, Armando Regina, Mimì Mera, Tommaso Fiore, Alberto Moro, fratello maggiore di Aldo, Franco Laterza,  solo per citarne alcuni), Nino Rota attirò a Bari i migliori musicisti d’Italia e ne fece docenti e la città visse momenti di vera ed autentica gloria culturale.

Io fui fortunatissimo. A casa dei nonni materni ascoltavo i racconti di zio Mimì, infarciti di lezioni di storia e di filosofia, mentre casa dei miei genitori era, grazie a Nino Rota, cenacolo di musicisti e grazie a Michele D’Erasmo, di letterati. Entrambi scapoli, Rota e D’Erasmo avevano eletto casa dei miei genitori, Filippo e Lina Loizzi, a loro casa adottiva per riunioni, cenacoli ed incontri.

Michele D’Erasmo, per chi non lo ricordasse, fu lo storico professore di italiano e latino della mitica sezione E del liceo Quinto Orazio Flacco, sezione che nei decenni ha formato schiere nutrite di classe dirigente barese. Per fare dei nomi: Laudadio, Piepoli e, fra i miei compagni di corso, Ennio Triggiani e Giampiero Bellardi. La compianta Fortunata Dell’Orzo, se ben ricordo ha avuto come docente D’Erasmo, solo un anno del triennio e non finiva mai di ripetermi gli insegnamenti.

Giovanni Papapietro, che pure si era formato a casa Laterza ed era, come i primi due fra i selezionatori di manoscritti “pubblicandi” da sottoporre all’attenzione dell’editore, era uno degli affabulatori più incredibili che io abbia mai conosciuto. La sua arte oratoria, perché era arte autentica, non conosceva limiti. Era un uomo di cultura vasta e straordinaria. Parlava al popolo, che amava profondamente (fu segretario regionale e capogruppo regionale del P.C.I., prima che parlamentare europeo), con una semplicità da manuale, tanto da farsi capire da chiunque.

Mi ha insegnato molto. Ebbi la fortuna di frequentarlo, allorché la Fondazione Piccinni di cui ero Direttore Generale, chiamato a quell’incarico da Michele D’Erasmo, lo nominò Presidente del Comitato dei Garanti del Petruzzelli (con Achille Tarsia Incuria, Giovanni Martino Bonomo, Pasquale Calvario, Luigi Ferrara Mirenzi). La Fondazione gestì le ceneri del Petruzzelli, realizzando la stagione lirica 1993 e avviando la stagione 1994. Stiamo ancora pagando, quell’affronto alla mafia dei colletti bianchi. Questa, però, è un’altra storia.

Torniamo a Giovanni Papapietro. Un giorno mi confessò che alla Selva di Fasano, dov’era solito villeggiare, aspettava, quasi di nascosto, ogni mattina nei pressi dell’edicolante della via Toledo, mio ziò Mimi. Fingeva ogni volta l’incontro occasionale e lo stimolava a parlare. Zio Mimì, fingeva di credere alla combinazione e rispondeva volentieri alla provocazione. Giovanni aggiunse che lo ascoltava per ore senza mai stancarsi di apprendere. Tanta modestia e volontà di arricchirsi di nozioni può appartenere solo ad uno straordinario Maestro, e Giovanni lo fu senza ombra di dubbio.

Conoscendo il giusto peso di Casa Laterza (fu Villa Laterza, materialmente, la sede del Cenacolo barese, dove i giovani si abbeveravano alle fonti generosamente dispensate da Benedetto Croce), mi capitò, nel lento degrado culturale, che cominciò a inquinare il tessuto cittadino negli anni 70 ed ebbe il suo apice nella “Bari da bere” degli anni 80, culminando nell’incendio doloso del teatro Petruzzelli di quella maledetta notte tra il 26 ed il 27 ottobre 1991, di scrivere che, se per assurdo, Casa Laterza avesse lasciato Bari, non essendo né un circolo di burraco né una accorsata pizzeria alla moda, non sarebbe accaduto assolutamente nulla. Fu così che nel 1972, allorché gli Editori Laterza trasferirono la sede legale a Roma, non uno degli intellettuali della rampante intellighenzia barese fece sentire alta e forte una parola a proposito.

Fortuna vuole che i Laterza abbiano deciso si ristabilire a Bari la sede legale, cosa avvenuta a maggio scorso. Coincidenza? Il mio amico Alessandro Laterza, il manager dell’impresa editoriale, l’uomo che ha convinto la Confindustria ad occuparsi di cultura, mi scuserà, come pure vorrà fare suo cugino Giovanni, l’editore puro. Contestualmente, infatti, sbarca a Bari la prima edizione delle Lezioni di Storia, ciclo di incontri culturali tenuti in sei domeniche mattina al Petruzzelli, che hanno registrato sistematicamente il “tutto esaurito”. Settemila presenze complessive per sei volte in un teatro della capienza di 1.200 posti e la presenza di straordinari conferenzieri, quali Franco Cardini e Luciano Canfora, solo per citarne due. Ho scritto “sbarca a Bari”, perché le Lezioni di Storia (un marchio Casa Laterza) in altri teatri italiani (Roma, Milano, Torino, Firenze, Genova e Trieste) sono presenti già da un paio di lustri.

Ricordando gli insegnamenti sulla scrittura giornalistica di Michele Campione (sì, in tema di Maestri non mi sono fatto mancare proprio nulla), per cui editorialista o meno, un occhio alla cronaca, non guasta, eccola: ho annotato, per la cronaca, che Decaro è riuscito nella diabolica impresa di fare una bella gaffe finanche da assente. Lui, che è nel Petruzzelli, prima che Sindaco della Città, Presidente della Fondazione, influenzato, al posto di delegare il vice presidente Corrado Petrocelli, seduto peraltro in prima fila, si è fatto rappresentare dall’assessore alla cultura del Comune di Bari.

Uno strappo al protocollo, direi, che non lo candida di certo ad una brillante carriera diplomatica. Mi è piaciuto poco anche l’abbandono della conferenza da parte di Emiliano, poco prima delle interessanti conclusioni di Giuseppe Laterza. Non condivido il presenzialismo ad oltranza. Se hai altro di più importante da fare, fallo, non partecipare per forza, perché non ascoltare gli altri dopo aver tenuto il proprio intervento lo trovo di cattivo gusto.

Il padrone di casa, in assenza di Decaro, Massimo Biscardi, sovrintendente della Fondazione Petruzzelli, ha lasciato di corsa il tavolo dei conferenzieri ed ha accompagnato il governatore Emiliano fino all’uscita. Il padrone di casa era un passo indietro rispetto all’illustre ospite, ma le teste dei due discorrevano quasi appaiate, vi assicuro da fotofinish nelle gare di trotto o galoppo. Interessante sarebbe stato calcolare i gradi dell’angolazione del Biscardi, senza tuttavia la minima perdita dell’equilibrio: credo al limite dell’umano, molto aldilà del contorsionismo. Roba da guinness.

Ineccepibile mi è parsa la conduzione della conferenza stampa, invero assai poco accorsata, da parte della collega Annamaria Minunno, che aveva introdotto anche le sei puntate del ciclo, mi dicono, con puntuale efficacia. Confesso, me le sono perse per pregressi impegni e mi spiace davvero.

Ho notizia che i cugini Laterza sono già al lavoro col Biscardi per un nuovo ciclo, se non erro in autunno. Spero che si concretizzi e non posso che augurar loro un “ad maiora” nell’interesse della nostra città, sperando che il ritorno a Bari di Casa Laterza, pardon degli Editori Laterza, rappresenti un momento di svolta della città dal piattume culturale nel quale siamo precipitati da tempo. Piattume su cui apriremo presto un puntuale approfondimento.

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