Un libro è sempre un atto d’amore per chi lo scrive e per chi lo legge, ma “Puse” è perfino qualcosa di più. Perché racconta la storia vera di Tea Dalmas, di sua madre Jelka, detta Puse, e di sua nonna Vinka Spèrak. Tutto avviene in quella magica terra Mittleuropea, tra l’Italia, la Croazia e la Dalmazia, che il boemo Kundera definì Cultura o destino… Dove i ricordi personali, che tracciano la vita di queste donne, dei primi del ‘900, si rincorrono e incrociano dando testimonianza di quel tragico periodo: ogni cosa custodita con cura nel diario redatto da Vinka, teneramente dedicato alla figlia Jelka, testimonia, oltre l’amore, un pezzo della nostra storia. Un libro che ha richiamato anche l’attenzione di Paul Bradbury, importante blogger croato.

Tea, che ricordi hai di tua nonna Vinka?

Di una donna sempre impegnata: madre, moglie e giornalista. Dai racconti, la sua figura di intellettuale e attivista, emergeva continuamente. Nel 1926, fondò il primo movimento femminista delle donne spalatine e, come giornalista, scrisse diversi articoli sulle questioni più delicate della società del suo tempo. In un articolo, pubblicato nel 1927 sulla rivista “Nova Evropa” a Zagabria, parlò, senza remore, della condizione femminile a Spalato. Insomma, oggi la definiremmo sicuramente una femminista “ante litteram”. Ricordo che per le mie vacanze andavo spesso a trovarla e, non di rado, mi capitava di vederla assorta, seduta sulla sua sedia a dondolo in giardino. Allora, mi avvicinavo per ascoltarla e, affascinata dai suoi racconti, rimanevo lì accanto a lei per tanto tempo. E mentre mi mostrava le foto, gli scritti e mi diceva di mia madre, mio padre e della vita serena di una famiglia borghese tra le due guerre, ritrovavo le mie radici. Poi ricordo quando era lei a venire a Bari, e di come giudicava troppo sbrigativo il nostro modo di bere il caffè, così, in piedi al bar. Il caffè per lei era un rito, dal ritmo lento e piacevole, che doveva agevolare la conversazione. Non poteva consumarsi in fretta e, soprattutto, in piedi. Dissentiva anche su come si offriva il caffè in casa, senza dolci, frutta e magari anche con qualcosa di leggero da mangiare.

Quanti anni avevi quando sei arrivata a Bari?

Appena un anno e non ho memoria diretta di quei momenti. Ma le immagini, raccontatemi da mia mia nonna Vinka, di quel pomeriggio del 7 febbraio del ’45, quando io e mia madre ci imbarcammo sul “Toscana” lasciandoci alle spalle il porto di Spalato con destinazione Bari, sono impresse a  fuoco nella mia mente. La traversata fu molto rischiosa perché il mare Adriatico era disseminato di mine vaganti. Ma noi profughi, di etnia e lingua italiana, non avevamo altra scelta per fuggire dalle brigate partigiane di Tito. Per cui, dalla banchina del molo, mia nonna mentre piangeva, ci salutava vedendoci andar via con le nostre poche cose: una piccola valigia di cartone e cinque sterline d’oro cucite nel risvolto della gonna.

Ma la tua famiglia ha origini italiane?

Mio padre e mio nonno sono nati a Spalato, perché il bisnonno, un artigiano trentino, nel 1860 era emigrato lì per lavoro insieme a migliaia di altri connazionali. Dunque, non erano giunti in Dalmazia come invasori. Certamente erano e si sentivano italiani, per lingua e tradizioni. Ma anche spalatini e dalmati e, come tanti, non comprendevano il perché, alla fine della seconda guerra mondiale, dovessero fuggire da quella che ormai era anche la loro terra. Non comprendevano quella de-italianizzazione messa in atto da Tito della Dalmazia e dell’Istria. Così come non comprendevano le fucilazioni, deportazioni e infoibazioni, “solo” perché il cognome era italiano. Del resto era pure incomprensibile, per chi fuggiva e si rifugiava in Italia, essere accolti con diffidenza e disprezzo, in quanto considerati, a torto, “slavi fascisti”. Ancora più incomprensibile, la fuga  per mia madre, croata da sempre, rea solo di avere sposato un “italiano”.

Dunque, tua madre, con te in braccio, lasciava Spalato e parte della sua vita. E tua nonna?

Solo contatti epistolari in quegli anni della “guerra fredda”. A lei il governo comunista aveva requisito la casa e imposto la coabitazione con altre famiglie. Le era stata anche preclusa l’attività di giornalista, perché le sue origini borghesi mal si conciliavano con una nascente e controllata “stampa di regime”. Poi, sul finire degli anni ’50, io e mia madre ottenemmo finalmente il permesso di tornare in Jugoslavia per far visita alla nonna e ai parenti rimasti lì. Ricordo che viaggiavamo con cassette di arance, riso, caffè, scarpe e medicinali che, in parte, però, ci venivano requisiti alla frontiera Jugoslava. Ma era lo scotto da pagare per far giungere almeno qualcosa ai nostri cari. Successivamente, con il “disgelo” politico e la maggiore facilità ad attraversare la frontiera, i viaggi a Spalato divennero sempre più frequenti».

E la storia del diario?

Nell’estate del 1964, nonna Vinka aveva insistito perché anticipassi le mie vacanze da lei. Forse avvertiva  l’approssimarsi della fine e aveva cose da dirmi. Quell’estate, passeggiando sotto braccio sul lungomare di Spalato, mi aveva confidato di aver tenuto un diario, dal 1919 al 1953, su mia madre Jelka, detta Puse. Voleva affidarmi quel diario, con altri scritti e foto di famiglia. Ma non ho mai capito perché quel dono fosse stato riservato a me e non a mia madre. Forse perché nonna Vinka mi diceva che le assomigliavo (e non solo fisicamente) o forse perché, con la lungimiranza tipica dei vecchi saggi prossimi alla morte, aveva intuito che 50 anni dopo, studiando il croato, lo avrei tradotto in italiano e in… “Puse”.

Tea, cos’è per te “Puse”?

Certamente un libro storico. Un libro che, attraverso la quotidianità di una famiglia borghese dei primi del ‘900, cerca di fare memoria di quel tragico periodo. Ma, soprattutto, per me è un’autentica storia d’amore. Perché racconta, seppure attraverso il dolore, il legame straordinario tra mia nonna, mia madre e me, che ora si riflette anche nella vita di mia figlia Manuela. Generazioni diverse, ma che si “ritrovano” tutte in un diario da scrivere o riscrivere.

Un’ultima domanda Tea, che significa “Puse” in croato?

Piccolo bacio. Bacetto.

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