Il 3 ottobre del 2003, giorno dell’omicidio di Gaetano Marchitelli, è cambiata per sempre anche la vita di un suo coetaneo e amico: Vincenzo Di Cosola, all’epoca rampollo dell’omonimo clan di Ceglie del Campo. Oggi quel ragazzo è diventato uomo e da 11 mesi è diventato papà.

Di Cosola ha troncato completamente i rapporti con una grossa parte dei suoi parenti, proprio per ciò che successe dal giorno dell’omicidio in poi, compresi alcuni fatti recenti: regolamenti di conti all’interno della famiglia. Per un lungo periodo Vincenzo Di Cosola, figlio di genitori separati e per questo cresciuto in comunità, è stato considerato uno del commando che il 3 ottobre del 2003 uccise per errore Marchitelli.

Quel giorno, intorno a mezzogiorno, Di Cosola fu scarcerato dopo il primo arresto per furto. Il ragazzo prima dell’assoluzione con formula piena patì più di due anni di carcerazione per quell’atroce delitto. Gli strascichi fisici e psicologici non mancarono, ma soprattutto quel delitto portò Vincenzo Di Cosola a rompere i rapporti innanzitutto con i cugini Domenico e Vincenzo Masciopinto, il primo individuato da subito come uno del commando, riconosciuto da due testimoni oltre che in seguito alla telefonata ricevuta dalla sorella, che lo invitava a lasciare la zona della sparatoria. L’altro, Vincenzo, all’epoca dei fatti aveva un anno.

Per Domenico Masciopinto fu chiesto l’ergastolo nel 2004, mentre Di Cosola fu arrestato l’anno dopo. Nonostante tutto, stando al racconto di Vincenzo Di Cosola, il cugino Domenico e poi il fratello piccolo Vincenzo lo accusarono di essere stato causa di quella richiesta di ergastolo e dell’arresto.

Subito dopo i fatti, alla mamma di Vincenzo Di Cosola fu chiesto di convincere il figlio, minorenne, a dichiararsi responsabile dell’omicidio Marchitelli. Invito rispedito al mittente con tutte le conseguenze che si sarebbero verificate negli anni. A incastrare Di Cosola furono i Guglielmi, come lui innocenti, ma soprattutto Francesco Frasca, reo confesso dell’omicidio. In un colloquio in carcere i Guglielmi e Frasca si dicevano meravigliati per il fatto che il “culo rotto” (riferendosi a Vincenzo Di Cosola ndr.) fosse riuscito a scampare al blitz che portò all’arresto di numerose persone.

Da lì il carcere e una convivenza difficile con una pezzo importante della famiglia. Una vita complicata dai pestaggi in carcere e da una richiesta di estorsione, oltre che da almeno un paio di spedizioni punitive, in cui i Masciopinto non esitarono a minacciare la compagna di Vincenzo Di Cosola, in attesa della loro bambina. Esasperato, Di Cosola denunciò l’estorsione e gli fu assicurato l’inserimento in un programma di protezione, senza che in realtà avesse mai scelto di diventare collaboratore di giustizia, a differenza del cugino Vincenzo Masciopinto.

Vincenzo Di Cosola è tornato a Bari da Cagliari, la località protetta dov’era stato trasferito e adesso vive alla giornata. Piccoli lavoretti insieme al cognato non avendo credito da nessuno per un’occupazione stabile. Troppi carichi pendenti, ma soprattutto un cognome pesantissimo. In una lunga intervista, Vincenzo Di Cosola racconta ai nostri microfoni retroscena e conseguenze dell’omicidio Marchitelli, i difficili rapporti con i cugini e con una parte della sua famiglia, rimpiangendo di non essere riuscito a scegliere il suo destino, a diplomarsi o laurearsi. Per questo e per l’amore nei confronti di sua figlia si rivolge ai giovani per invitarli a non scegliere la via del crimine, ma quella del lavoro, con un pensiero a Gaetano, vittima innocente di mafia. Insieme alla morte, altrettanto dolorosa di Michele Fazio, una pagina tristissima della storia di Bari.

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