Un tranquillo lunedì mattina di paura al centro prelievi del Policlinico di Bari. Decine di persone, soprattutto anziani e disabili di ogni tipo, ammassati davanti all’ingresso. Nessun “numerino”, men che meno il rispetto delle urgenze, che nel frattempo si accavallano. Qualcuno urla, altri minacciano di chiamare i Carabinieri, altri ancora denunciano malori e un paio d’ore d’attesa nonostante aver ricevuto non una telefonata, ma la telefonata: “Mi raccomando signora, non venga né prima né dopo le 10.30 si accede solo per appuntamento”.

Una voce amica dopo tanto smanettare online con il cup chiuso e le prenotazioni solo attraverso la rete. Fortunati gli ultrasettantenni capaci o seguiti da figli e nipoti. Le promesse sullo smaltimento delle liste d’attesa, a cui si aggiungono le emergenze quotidiane, restano sulla carta e nelle dichiarazioni a reti unificate.

Un caos totale, soprattutto perché in quegli ambienti angusti e senza il rispetto delle minime norme di sicurezza, stanno per trasferirsi il laboratorio per l’esecuzione dei temponi covid e, secondo le indicazioni ricevute ospiterebbero anche i centri specializzati per emofilici e anticoaugulati. In tutto sono circa 5mila i pazienti che afferiscono al Policlinico. Le ottime sedi ricavate nelle stanze da cui si accede all’esterno dell’ingresso principale del Policlinico saranno destinate alla Telemedicina. Prima tre stanze, poi la richiesta di altre due. A emofilici e anticoaugulati, tutti immunodepressi, si chiede di sopportare per qualche mese una pericolosa promiscuità in attesa che la Telecardiologia abbia una sede propria.

“Non crediamo alla soluzione temporanea”, spiega Betty Accoto, vicepresidente dell’associazione anticoaugulati AIPA Bari. Insieme a lei ci troviamo in mezzo al confuso e disorganizzato assembramento di gente che non sa che pesci prendere e a personale affaticato. La Accoto ci porta nei “nuovi” locali, mentre dagli uffici, come le lumache dopo un nubifragio, scendono sotto il livello stradale il direttore sanitario del Policlinico e un impiegato in forza alla Direzione Generale.

La riapertura delle prestazioni dopo il lockdown dà l’impressione di essere casuale, per niente organizzata. Nell’istruttivo giro nel centro prelievi, apprendiamo anche lo sconforto del personale. “Mi stanno facendo ammalare, sto diventando pazza”, dice in lacrime una delle dipendenti vicina alla pensione. Un’altra racconta di come siano sotto organico perché le colleghe sono ancora dislocate a prendere la temperatura ai varchi di accesso del Policlinico.

Una situazione esplosiva, che viene lasciata alla dedizione dei lavoratori e delle lavoratrici e che, come nel caso del bizzarro trasferimento delle sedi degli emofilici e anticoaugulati, non sembra avere una strategia. Senza contare le code fuori dal centro, sotto il sole e la pioggia – oggi c’erano tutte e due le condizioni meteo – calcolando che le sale d’attesa sono insufficienti, anche in virtù del distanziamento sociale imposto dalla pandemia.

La situazione è destinata a mutare ancora, anche perché solo oggi apprendiamo, per esempio, della volontà di sistemare il laboratorio in cui effettuare il tampone covid in quegli stessi locali. Andrà tutto bene, ne siamo convinti, ma per la volontà di Dio o per il fato qualora non siate credenti, a meno che nel frattempo si riesca a trovare un modo meno confuso di gestire gli accessi e le emergenze, magari – parliamo del centro prelievi – fornendo un numero come si fa nelle salumerie per stabilire le priorità ed evitare la trasformazione di rassegnati pazienti e accompagnatori in tante bestie pronte a sbranarsi fra loro sotto gli occhi di impotenti operatori socio sanitari, infermieri, medici e guardie giurate. .

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