Fatte arrivare in Italia con la promessa di un lavoro, poi costrette a vendersi lungo i bordi delle strade. Storie ormai arcinote, lette migliaia di volte, che quasi non impressionano più nessuno, entrate a far parte della quotidianità di un substrato sociale, se non accettato, sopportato. Il blitz dei giorni scorsi contro i clan della mafia nigeriana a Bari, ha riportato prepotentemente alla ribalta l’orrendo crimine della tratta di esseri umani, in particolare delle donne.

Il sistema era sempre lo stesso, è sempre lo stesso, collaudato: la ragazza è attirata in trappola con la promessa di un lavoro, per rendere tutto più credibile e invitante, il benefattore di turno anticipa le spese per il viaggio. Una volta sbarcata clandestinamente in Italia, per tenerla a portata di mano senza rischiare di farsela sfuggire, alle autorità vittima e carnefice dichiarano di essere sposati, così da finire insieme nello stesso CARA.

Già, proprio il Cara si rivela perno di tutta l’operazione, perché una volta arrivati nel Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo, la musica cambia notevolmente. Dentro il sogno si rivela per la triste realtà che effettivamente è: il lavoro è quello di prostituta, e se la donna si rifiuta, iniziano le vessazioni.

Pestaggi ripetuti e violenti, al clan non si sfugge e non si dice di no. Calci e pugni per giorni, con la sottrazione dei documenti, promessi indietro una volta ripagato il debito del viaggio pagato, in teoria ovviamente. Tutto è perfettamente organizzato, luoghi, orari, persino i turni delle ragazze, tra giorno e notte, tra zone occupate e nuove strade da assegnare. Trattate come bestie che producono guadagno al fattore, sono le parole messe dal Gip nero su bianco nelle centinaia di pagine dell’ordinanza che ha dato il via alla maxi operazione. Fino alla prossima.

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