Un mazzo di rose per tutelare la sua identità, ma che non può celare tutto quello che sta passando per colpa dei tanti Enti e Istituzioni teoricamente dalla sua parte. La chiameremo Michela, e nel giorno in cui si celebra la giornata contro la violenza sulle donne, lei è l’ennesima vittima che subisce angherie e maltrattamenti da parte dello Stato.

A parole, si sa, sono tutti bravi, nei fatti succede che Michela, madre di tre figli, due dei quali minorenni all’epoca dei fatti, ha al suo fianco un uomo che la tradisce continuamente, anche con una spacciatrice da cui verosimilmente si rifornisce di droga, essendo lui tossicodipendente. La vita di Michela ha una svolta quanto lui le porta via i due figli minorenni. Michela dice basta e chiede aiuto ai servizi sociali per riavere i figli e porre fine a questo rapporto.

Inizia così una trafila che la porta, per decisione di un Giudice, a doversi trasferire obbligatoriamente in una comunità, lontano dal paese in cui abitualmente risiede, e dove resta per 9 mesi. Michela, lei, deve dimostrare di saper badare ai figli. In questo periodo trova lavoro come bracciante agricola, e per due mesi si alza alle 4 e va nei campi a raccogliere l’uva, per mantenere i figli.

Alla fine dei 9 mesi in comunità, il Giudice stabilisce che è in grado di occuparsi dei ragazzi, e dunque può tornare a vivere in una casa dove però, tre volte a settimana, riceve la visita degli assistenti sociali, per controllare che tutto prosegua nel miglior modo possibile.

Mentre Michela fa questa vita schifosa, guardata a vista, lui è completamente assente, un latitante si potrebbe dire, e non assolve agli obblighi che gli sono stati imposti. Non sempre la violenza è quella fisica. Anzi. E non sempre chi dice di essere dalla tua parte si comporta effettivamente come tale. Anzi.

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