Due interventi complessi, due successi. Tra le numerose operazioni chirurgiche eseguite negli ultimi mesi dal professor Giuseppe Piccinni, responsabile dell’Unità Operativa di Chirurgia Generale della Clinica convenzionata “Ospedale Santa Maria” di Bari, con la fondamentale collaborazione dell’equipe anestesiologica del dottor Agostino Brizzi, due si sono particolarmente distinte per l’elevata complessità e il ricorso all’avanzata chirurgia senza sangue.

Nel primo caso si è trattato dell’asportazione dello stomaco a una paziente di 82 anni affetta da carcinoma gastrico ulcerato associato a una severa anemia. A causa di alcuni problemi cardio-respiratori, l’intervento è stato eseguito eccezionalmente in anestesia locale. “La condizione che la paziente fosse sveglia ha esaltato la delicatezza e la precisione dell’atto chirurgico che, condotto mediante l’utilizzo di particolari dispositivi termici, ha permesso di essere concluso brillantemente senza che la paziente perdesse quantitativi critici del proprio sangue”, ha affermato il professor Piccinni.

Il secondo caso ha invece riguardato un paziente di 78 anni affetto da tumore del pancreas e cirrosi epatica che è stato sottoposto a un intervento di resezione del pancreas, ad alto rischio di sanguinamento. Per limitare le perdite ematiche sono stati usati un dissettore a radiofrequenza e una pompa di recupero sangue intraoperatorio.

Esistono terapie alternative alle emotrasfusioni e, se sì, quanto sono efficaci?
“Una premessa fondamentale nell’affrontare l’argomento emotrasfusione in ambito chirurgico è quella relativa alla dimostrazione scientifica che uno dei principali fattori di morbilità post-operatoria è la trasfusione di sangue. Infatti le complicazioni post-operatorie sono direttamente proporzionali alle unità di sangue emotrasfuse. Le strategie per limitare le emotrasfusioni piuttosto che le terapie alternative alle emotrasfusioni sono particolarmente efficaci. Oltre che limitare le perdite di sangue, tali strategie sono di conseguenza efficaci anche per limitare le complicazioni e la morbilità post-operatorie”.

Sino a che punto è possibile usare le strategie alternative alle emotrasfusioni?
“Una corretta applicazione delle strategie preoperatorie e una tecnica chirurgica particolarmente meticolosa mi ha permesso di affrontare la chirurgia maggiore fino ad eseguire interventi estremi sul distretto epato-bilio-pancreatico senza la necessità di trasfondere sangue”.

Alcuni hanno paragonato il rifiuto delle emotrasfusioni a un suicidio assistito. Secondo lei, è corretto questo paragone?
“Il suicidio (dal latino sui caedere, uccidere se stessi) è per definizione un atto volontario col quale ci si priva della vita. Al contrario il rifiuto della trasfusione è semplicemente chiedere ai sanitari di effettuare un atto terapeutico che non preveda l’emotrasfusione. Concettualmente non possiamo assimilare le due azioni perché di base sono di per loro oppositive: il suicidio è di per se la volontà di togliersi la vita mentre nell’altro caso il paziente chiede di salvargli la vita ma senza utilizzare l’emotrasfusione”.

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