Il nostro libro dei racconti sul 118 adoperato come un taxi gratuito, si arricchisce di altri due episodi degni della saga di fantascienza “Ai confini della realtà”. Due storie che hanno come vittima, loro malgrado, gli operatori del servizio di emergenza-urgenza. Tra chi si fa trovare per strada già con la valigia, chi si autoassegna il codice rosso, chi spintona e minaccia il personale pur di avere un passaggio in ospedale per un mal di testa, i carnefici, ancora una volta, sono quei cittadini che cercano di sfruttare il sistema per malesseri di poco conto, e spesso purtroppo ci riescono, mettendo in pericolo chi ha veramente bisogno di un intervento salvavita.

Una donna del quartiere San Paolo chiama il 118, ha la guancia gonfia, lamenta dolori, racconta di essere sola in casa e non avere un mezzo per raggiungere il vicino ospedale. La centrale invia un’ambulanza, quando l’equipaggio arriva, trova la madre della donna e alcuni parenti auto muniti. La paziente è stata recentemente dal dentista, è sotto terapia, accenna alla probabile razione dovuta a un gel utilizzato durante la seduta. Non ha febbre, può camminare, l’ipotesi più plausibile è quella di un ascesso. Viene portata in ospedale, da dove sarà dimessa qualche ora dopo con terapia antibiotica, in attesa di tornare dallo specialista.

Dal San Paolo ci trasferiamo in piazza Moro, qui un equipaggio ha appena chiuso un intervento e sta per rientrare, quando all’ambulanza si avvicinano due ragazze poco più che maggiorenni, una delle due è in lacrime. Mentre la sorregge, l’amica spiega che sono due studentesse Erasmus, che la ragazza ha il ciclo, i dolori sono fortissimi e chiede se le possono somministrare qualcosa che lenisca le sofferenze.

L’equipaggio è però di quelli senza medico, non può quindi prescrivere farmaci, al che le due chiedono di essere portate in ospedale, come se in città non ci siano taxi, autobus o farmacie. Dal racconto emerge che hanno già chiamato la Centrale operativa, che non ha ritenuto necessario inviare qualcuno.

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