Quattro donne, forse di nazionalità albanese, rumena e brasiliana, “ricevono a casa” in via Podgora, 50, a Bari. Il fatto è talmente noto che basta citofonare a un campanello qualsiasi, dicendo di avere appuntamento con le prostitute, per farsi aprire il portone. Dopo il caso felicemente risolto di via Giulio Petroni 56, siamo andati a verificare le segnalazioni ricevute.

Fatto noto, effettivamente, ma non accettato dagli altri inquilini, che ne patiscono le conseguenze. Il cartello affisso nell’adrone parla chiaro: nello stabile vivono anziani e donne incinte, qualunque malore dovuto al via vai e al disturbo arrecato da sconosciuti beccati in atteggiamenti sospetti sarà a questi imputato, con tanto di segnalazione alle Forze dell’Ordine. Questo in sostanza il contenuto del messaggio. Prima di tutto, il rispetto degli altri, specie di notte e alla controra.

Il problema è sempre quello, non la prostituzione in sé quanto piuttosto lo sfruttamento: “L’Italia è un paese bacchettone – ci dice qualcuno – bisognerebbe rivedere la Legge Merlin, far pagare le tasse, prevedere i controlli sanitari, come succede in altri Paesi. Quello è il mestiere più antico del mondo e non fallirà mai. Ci sarebbero anche meno omicidi a sfondo sessuale”.

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