La notizia del suicidio nel reparto di Psichiatria dell’ospedale della Murgia ha lasciato in tanti sgomenti, anche tra gli addetti ai lavori. Dai racconti che ci vengono fatti dalla viva voce dei familiari della vittima emergono particolari inquietanti. Alessandro, questo il nome del paziente, era un ragazzo di 25 anni residente a Mola di Bari, al quale da una decina d’anni era stato diagnosticato il bipolarismo. La diagnosi, complicata anche dall’uso di cannabinoidi, lo aveva portato a trattamenti sanitari obbligatori, ricoveri (soprattutto in una struttura di Rutigliano) e ad avere l’assegnazione di un tutore.

Proprio quest’ultimo aspetto, stando quanto raccontato dal compagno della mamma della vittima, sarebbe stato un macigno per Alessandro. Il giovane, che si era innamorato di una ragazza, non condivideva la gestione della sua pensione. Per questo, sempre a detta dei familiari, aveva deciso di lavorare, più precisamente di raccogliere le ciliegie per un’azienda di Turi. Nonostante gli avessero tutti sconsigliato quel genere di lavoro, soprattutto in seguito al miglioramento delle sue condizioni nell’ultimo anno, era pronto a tutto pur di avere maggiore indipendenza.

Come prevedibile, la situazione è precipitata. Su suggerimento del Servizio di Igiene Mentale di Mola il ragazzo è stato fatto ricoverare nel reparto di Psichiatria dell’ospedale della Murgia nei primi giorni di giugno. Le comunicazioni coi fratelli, gli zii e il compagno di sua madre sarebbero stati frequenti.

Alessandro si era più volte lamentato per alcune circostanze e nell’ultima telefonata allo zio avrebbe detto: “Sentirai presto suonare le campane”. Non era la prima volta che il 25enne minacciava il suicidio, ma non aveva mai tentato seriamente, fino al tardo pomeriggio del 21 giugno scorso, quando ha preso il lenzuolo del letto nella sua stanza e si è diretto verso la finestra aperta. Dopo aver desistito una prima volta – come si vedrebbe in parte nel video ripreso dalla telecamera presente nella stanza – sarebbe poi tornato sui suoi passi, appendendo il lenzuolo alla grata di protezione.

“Alessandro è stato ammazzato due volte – ripete il compagno della mamma -, perché lo hanno lasciato a decomporsi su una barella in obitorio, senza metterlo nella cella frigorifera. Quando sono arrivati gli addetti dell’agenzia di pompe funebri che abbiamo contattato, hanno trovato il ragazzo in condizioni pietose, come si vede in un video peggio di qualunque film horror abbia mai visto. Tutto questo è inaccettabile. Inumano”.

La famiglia si è rivolta all’avvocato Leopoldo Di Nanna nel tentativo di arrivare alla verità dei fatti ed eventualmente individuare i responsabili dell’immane tragedia consumatasi in un luogo sicuro per definizione. “Lunedì mattina dovrei poter disporre della cartella clinica completa – spiega il legale – faremo tutto il necessario per comprendere appieno cosa sia realmente accaduto. L’obiettivo della famiglia è quello di evitare il ripetersi di simili drammi”.

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