Si chiamava Zaray Coratella, aveva 12 anni, adottata, di origini colombiane, ed è morta il 19 settembre scorso, all’ospedale pediatrico Giovanni XXIII di Bari, dopo un intervento di riduzione della frattura che si era procurata al femore in seguito a una caduta in un parchetto del quartiere Poggiofranco. Un’operazione di routine, banale se vogliamo, ma che si è rivelata fatale.

In conseguenza dell’anestesia, la piccola ha patito la ipertermia maligna, una patologia che si manifesta per cause genetiche, ma che, diagnosticata per tempo e trattata col farmaco giusto, non è mortale.

I nodi di questa tragica storia sono tutti qui: nell’adozione, e quindi nella difficoltà di conoscere una condizione genetica, ma anche nel porre la domanda giusta da parte dei medici in sede di preparazione all’intervento, nella tempestività della diagnosi, e nella disponibilità del farmaco. Sul caso, la Procura ha aperto un’inchiesta e sta tutt’ora indagando.

“È interesse comune sapere se c’è stata una responsabilità, a carico di chi, perché, come, quando e come davvero si sono sviluppati i fatti – ha detto tra le altre cose il direttore amministrativo del Policlinico, da cui il pediatrico dipende, Alessandro Delle Donne – nei limiti della legge abbiamo consegnato gli atti ai genitori della piccola Zaray. Siamo loro molto vicini e se vogliono siamo disponibili a incontrarli”.

“Sono passati oltre quattro mesi da qual giorno – ci ha detto il papà di Zaray durante una lunga intervista – nessuno del Policlinico si è fatto avanti, non sappiamo assolutamente come sono andate le cose. Ho dovuto fare l’accesso agli atti e mi hanno risposto anche in ritardo, con una lettera incomprensibile. La sua morte si sarebbe potuta evitare se le avessero diagnosticato la malattia e somministrato il farmaco giusto per tempo”.

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