Dopo il racconto di quei momenti tragici, a pochi giorni dall’attentato di Barcellona, con il conducente del furgone lanciato sulla folla ancora ricercato, vi proponiamo una storia che speriamo possa aprire una discussione. Una vacanza e un viaggio indimenticabili. I protagonisti della vicenda sono una famiglia italo-spagnola, lui barese lei dei Paesi Baschi, e una famiglia araba con l’auto in fiamme sulla via del ritorno dalle vacanze. Scappare per paura possa trattarsi dell’ennesimo attentato o fermarsi ad aiutarli? Ecco cos’è successo.

Gentile direttore, le scrivo perché vorrei far arrivare chiaro un messaggio: se permettiamo al terrorismo di snaturare il nostro carattere e la nostra indole, avranno vinto i fanatici. Così fosse potremmo mettere in pratica qualunque misura, sarà in ogni caso insufficiente. Ma veniamo a fatti. Arriviamo a Blanes, provincia di Girona il 12 agosto. Tutto molto bello, il sole, il mare. L’unica settimana di ferie dell’anno, ma in piena vacanza, il pomeriggio di 5 giorni dopo, al ritorno da un’escursione scopriamo all’improvviso che tutti i campeggiatori hanno il telefono mano. Non si parla d’altro. L’attentato è avvenuto a un’ora da noi, in piena Rambla di Barcellona e poi un altro arresto a Cambrils.

Credo che ognuno di noi abbia scrtto da qualche parte il suo destino. In quello stesso pomeriggio saremmo dovuti essere a Barcellona per fare una passeggiata con i nostri tre bambini. Da quel momento in poi niente è stato come all’inizio della vacanza, ma abbiamo cercato di spiegare ai nostri figli che non possiamo piegare anche il nostro modo di essere al volere dei terroristi. 

Il 19 rientro a casa. Nei Paesi Baschi, dove abitiamo, scatta l’allerta per via della frontiera con la Francia. Dalle nostre parti è periodo di festa, una via di fuga agevolata per eventuali terroristi. La Polizia nazionale è schierata in massa con giubbotti anti proiettile e mitra, come nel pieno di una guerra.

Il viaggio, nonostante la sensazione di insicurezza e i vari posti di blocco a cui siamo stati costretti a fermarci è abbastanza tranquillo, fino a quando arriviamo al casello dell’autostrada di Pamplona, a soli 45 minuti da casa. Al pssaggio a livello accanto a noi una macchina inizia ad andare in fiamme. Forte odore di plastica bruciata e tanto fumo. Dopo un paio di tentativi di pagamento con la carta di credito, riusciamo a metterci in salvo oltre le barriere e ad andare a soccorrere la famiglia in difficoltà. 

Insieme ad un altro automobilista spegamo il motore in fiamme, mettendo l’auto al sicuro su una piazzola di sosta. In quella macchina c’è una famiglia araba: padre, madre incinta e due bimbe di 5 e 9 anni. Non parlano bene spagnolo e in più sono molto spaventati. Chiedono aiuto per chiamare l’assicurazione affinché mandi loro un mezzo per riaccompagnarli a casa. 

Non le nascondo che inizialmente ho pensato ad un’auto bomba. Chissà cosa sarebbe successo se quella paura avesse frenato il nostro istinto solidale. Dopo qualche minuto arriva il primo soccorso e un camion dei pompieri, ma il peggio è passato. Sono due le immagini che ho in mente: la donna dal capo coperto e la carta d’identità dell’uomo: Hamid Makfi. Quando si tratta di aiutare gli altri non c’è razza, non devono esserci pregiudizi. I bastardi sembrano tanti, ma saranno sempre in minoranza se non commettiamo l’errore di generalizzare. Vuole sapere una cosa? Il mio fruttivendolo di fiducia si chiama Assis ed è arabo. Come me condanna quegli atti vili, forse addirittura con maggiore determinazione rispetto a quanta non ne metta in campo io.

La fine della nostra storia sta nel rientro a casa. Arriviamo a San Sebastián in occasione del gran concerto della Semana grande. Il concerto di Chenoa, una cantante famosa in Spagna. Parcheggiamo in solo dieci minuti, mai successo prima. Sul lungomare poliziotti armati e in tenuta anti sommossa e chissà quanti altri in borghese. Tantissima gente e ambiente festoso, lo stesso ambiente che proprio le forze dell’ordine consigliano di evitare.

A quel punto mio figlio mi chiede: e se un furgone come quello di Barcellona fa lo stesso qui? Decidiamo di rientrare a casa dopo un paio d’ore per la tranquillità dei bambini, visibilmente scossi. Di concerti ce ne saranno altri. Il nostro compito è insegnare loro ad essere solidali e a cercare di non farsi condizionare da ciò che sentono e leggono. In caso contrario, avranno vinto quei fanatici.

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