La storia di Maria è la sintesi di quanto poco si faccia per tutelare la vita di una donna sotto pressione, maltrattata, minacciata, di fatto privata dell’essere madre, mentre ci si dispera tutti quanti in maniera ipocrita nel momento in cui un bastardo qualunque ammazza o riduce in schiavitù psicologica mogli e fidanzate.

In mezzo alla guerra tra un padre e una madre che ne ha subite tante, però, c’è una bambina che oggi ha cinque anni e mezzo. Una creatura vissuta in un inferno anche per colpa di chi avrebbe dovuto ascoltarne i bisogni, andando oltre apparenze e cavilli.

La storia di Maria è la sintesi perfetta della solitudine che una donna deve vivere, quando psicologi, assistenti sociali e persino la giustizia le voltano le spalle. Il 18 aprile scorso è stata stravolta la prima sentenza del Tribunale. È a quel punto che Maria decide di metterci la faccia, proprio ora che aveva provato a risistemare la sua vita. Viene stabilito che il padre può vedere tre volte a settimane la bambina, con l’arrivo dell’estare anche per più tempo e poi le vacanze per quindici giorni, la possibilità di andare a prenderla all’asilo. A nulla sono servite le tante denunce fatte dalla donna. Tutto molto saggio, non fosse che per le continue umiliazioni subite dalla donna in questi anni.

Quello del pugno sferrato dall’ex compagno a Maria sotto gli occhi della bambina e poi gli ematomi mostrati durante le visite ginecologiche, sono solo due dei tanti episodi, cominciati quando Maria decise di lasciare la sua famiglia d’origine per amore di quello che immaginava potesse essere il suo compagno per sempre. La verità, però, si è dimostrata subito un’altra, ancor prima della nascita della bambina. L’uomo ha fatto in modo che Maria interrompesse completamente i rapporti con il padre, la madre, con suo fratello e qualunque altro familiare, anche attraverso i social network.

La nascita della bimba non ha fatto altro che peggiorare la situazione, fino al momento in cui Maria decide di tornare dalla sua famiglia, non prima di firmare un documento imposto dal suo compagno. Ci sono voluti tre mesi e poi un’esperienza di sei mesi dentro una comunità per convincere chi aveva potere sulla vita di Maria e di sua figlia ad affidare la piccola ai nonni materni. Fino a quel momento minacce del tipo: “Farai la fine delle donne in tv”, pronunciate anche davanti ad un’assistente sociale ed uno psicologo. E poi appostamenti sotto casa e un’altra serie di pressioni fisiche e psicologiche, che avrebbero abbattuto chiunque, ma non una madre disposta a tutto pur di stare con la propria figlia, persino a fare i conti con una denuncia per calunnia fatta nei suoi confronti.

Tante volte Maria ha denunciato, chiesto aiuto alle istituzioni, non sempre attente ad ascoltare il grido d’allarme di un donna impaurita. Ora la sentenza, che le impone anche di pagare le spese legali, rimescola di nuovo tutte le carte. Maria si sente penalizzata. Sì, perché lei ha un lavoro, che l’ex compagno, disoccupato, ha pure provato di farle perdere. E quel lavoro, paradosso nel paradosso, è la sua “condanna”. Il mantenimento, che l’uomo non ha mai pagato finora, è passato da 250 a 200 euro.

La cosa che fa più male a Maria, però, è la routine di una giornata che non le consente di fare la madre. Esce di casa per andare a lavorare quando sua figlia dorme ancora, poi la piccola sta col padre, che la va a prendere dall’asilo e spesso la sera, al suo ritorno la trova a letto. Una vita infame, soprattutto dopo aver dovuto combattere contro tutto e tutti per dimostrare di essere una persona capace di intendere e di volere, in grado di studiare per provare a diventare un’assistente sociale diversa da quelle trovate sul suo cammino e, infine, capace di trovarsi un lavoro e con quello provvedere a se stessa e alla sua bambina.

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