Tre ragazzini, poco più che adolescenti, impugnano la pistola. Un gioco. Le armi, puntate con fierezza contro un bar in corso Mazzini, a Bari, non sono vere. L’atteggiamento, al di là del vetro, è quello del boss. Pistola nella mano destra e l’altra mano in tasca, spavaldi. Sono le 19.20 di ieri, ma potrebbe essere lunedì, o qualsiasi altro giorno della settimana, peggio ancora domenica. È sera, ma succede anche alla luce del sole.

Denunciamo da mesi che il quartiere Libertà è preda di una baby-gang che semina il panico tra residenti e commercianti. Spintoni, minacce, furti, dispetti, aggressioni, ma anche lancio di sassi e bravate come quella immortalata negli scatti che pubblichiamo in esclusiva. Fotografie di un cittadino che ci prega di restare anonimo. Una richiesta che comprendiamo. Nessuno parla e di questo passo nessuno se la sentirà di denunciare ciò che vede, neppure quando vede un cane andare in giro senza collare e senza padrone, o quando qualcuuno crivella di colpi la saracinesca di un locale sfitto. 

Tanti passanti, poco avvezzi al clima di terrore che si respira in questa zona, vengono colti alla sprovvista vedendosi puntare una pistola in faccia. Molti dei residenti, rassegnati, fanno finta di niente perché sanno che reagire potrebbe significare conseguenze ancora più gravi, soprattutto nel caso dovessero intervenire padri, zii e fratelli maggiori di quei teppisti.

Se la ridono i ragazzini con pistola in mano, in barba agli sforzi che si provano a compiere nel tentativo di rendere il Libertà un quartiere vivibile. Questo dice chi amministra la città, ma poi lascia via Libertà, strada emblema di tutto il rione, piena di escrementi e con un palo divelto dai vandali abbandonato da settimane. Nessuno capisce che quell’abbandono è preso come il segnale della vittoria da questi bulli. Provate a chiedere a Enzo Impicciatore, l’edicolante di corso Mazzini aggredito e rapinato di cosa parliamo, oppure ai proprietari della gioielleria Pesce, in via Manzoni, oggetto di una spaccata. A nulla servono gli sforzi dei Comitati di quartiere e di alcuni cittadini modello, come Leonardo Rizzi.

Ai messaggi di don Luigi Ciotti, che recentemente ha partecipato ad un evento al Redentore, fanno da contraltare le denunce dei preti di frontiera, come quella di don Marco Simone, della chiesa di San Carlo Borromeo. Un paio di giorni fa il sacerdote aveva detto di non voler restare solo la sera in chiesa perché ha paura che qualcuno possa fargli del male. “Il quartiere è abbandonato al suo destino”, tuonava sconsolato facendo il suo appello al Questore di Bari dopo i tanti rivolti invano all’Amministrazione comunale.

 

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