“Anche questa tempesta è passata”. Dalle parole di Antonio Altomare, armatore molfettese del peschereccio “Pasquale e Cristina”, traspare chiara una grande emozione. “Quando il giudice ha disposto il dissequestro della nostra nave abbiamo pianto. Io e tutti i marinai”.

La vicenda che abbiamo raccontato qualche giorno fa ha un che di paradossale. La sera del primo luglio scorso il peschereccio molfettese, lungo 32 metri, si è scontrato nelle acque di Milazzo, in Sicilia, con un’imbarcazione di otto metri. I sette marinai a bordo della Pasquale e Cristina hanno recuperato il pescatore dell’altra barca che dopo lo schianto era finito in mare. Rientrati in porto, tutti sani e salvi, è iniziato il calvario.

Il giudice del Tribunale di Patti ha sequestrato temporaneamente il peschereccio pugliese per 26 giorni, prima che un altro giudice, quello che a quanto pare ha sostituito il primo, al momento in ferie, lo dissequestrasse. “Ancora non ho capito, io come il nostro avvocato – confessa Altomare – perché ci abbiano costretti a terra. Questo scherzo mi è costato oltre ventimila euro. Ho rischiato di perdere il contratto di lavoro in essere. E ho dovuto comunque pagare i marinai, ai quali avevo anche detto che il nostro futuro era incerto, tanto che sono stato sul punto di sbarcarli definitivamente”.

Per fortuna ha prevalso il buonsenso. La Pasquale e Cristina è già operativa. Al momento si trova a largo di Otranto per una ricerca scientifica assieme a dei biologi marini. Nel frattempo la causa per ricostruire l’esatta dinamica dell’incidente andrà avanti. A risolvere determinati problemi ci sono le assicurazioni ma almeno il futuro dell’equipaggio è temporaneamente salvo.

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