Affidiamo al figlio Beppe, che lo conosce molto meglio e molto più da vicino di chiunque altro, il ricordo del padre, Antonio Morelli, che ha lasciato questa vita a 79 anni, dopo una lunga malattia. Molti baresi lo hanno incontrato e conosciuto, immancabile alle manifestazioni sindacali, instancabile con i suoi volantini di “disoccupato organizzato”, sempre e comunque dalla parte di chi per mettere insieme il pranzo con la cena deve lottare e lottare duro. Ci associamo al dolore della famiglia e anche all’orgoglio melanconico di chi lo ha, almeno una volta, incrociato lungo la sua “strada verso la libertà”.

Mio padre: un uomo “storto” ma con la schiena dritta.
È impossibile riassumere settantanove anni di vita, vorrei però condividere alcuni riverberi di quel che è stato, di quel che ha lasciato. Un giorno d’estate, in compagnia di suo fratello Vito, poco più che adolescenti, accaldati, decisero di fare un bagno in un tratto di costa del lungomare barese. Stremati, sulla strada del ritorno, Vito, il maggiore, si accorse di aver perso le scarpe e rivolgendosi ad Antonio, mio padre, esternò la preoccupazione per tutte le botte che avrebbero preso da papà Giuseppe.

Mio padre non fece una piega, folle com’era, prese le sue scarpe e le buttò in gesto di solidarietà, dicendo a suo fratello che così le botte le avrebbero prese in due e sarebbero state di meno. Questo era il suo modo d’interagire col prossimo e con la vita: condividere il bene e dimezzare il male.

Così come mi raccontava di quando – negli anni ’70- fece la lotta per le case popolari, credo nel primo gruppo di case del San Paolo, non per sé ma per gli altri, beccandosi denunce su denunce, processi penali, tutto nel nome di un comunismo reinterpretato e corretto con scarsi strumenti culturali ma con innata arguzia intellettuale. Anni 80, aveva vinto una gara d’appalto delle Ferrovie dello Stato e ogni giorno girava per il Brindisino con il camion; non poteva far a meno di raccogliere autostoppisti concedendogli ristoro e conforto, a volte anche a casa.

Era il suo modo d’esser comunista, cristiano, oltre ogni forma di stereotipo politico-sociale, di donarsi al mondo. Anche durante lo sbarco degli albanesi a Bari lui era in prima fila. Mi ritrovai una famiglia in casa, nonostante non vivessimo nell’oro, anzi, lui per gli altri era sempre in prima fila. Nel disagio rispondeva “Presente”… non poteva fare altrimenti.

Il suo modo di dimostrare affetto e appartenenza era unico. Durante il militare a Verona, dopo tre mesi che non ci sentivamo, mentre ero dal barbiere me lo ritrovai alle spalle, aveva fatto 1500 km per chiedermi solo ed esclusivamente come stavo. Un abbraccio, uno sguardo, il silenzio, poi via… era il suo modo di amarmi.

Si identificava come ex Maoista e ridicolizzava il mio modo di far politica all’interno della FGCI. Durante un processo per vilipendio, in corte d’appello, nonostante tutte le raccomandazioni dell’avvocato e della famiglia, davanti al giudice non poté far a meno d’esternare la sua integrità, la sua struttura etica, apostrofando al giudice, con il libretto rosso di Mao in mano (come se fosse una bandiera) : “Io da questa giustizia borghese non mi faccio giudicare”.

Unico di più fratelli a non aver proseguito gli studi, a non aver rintracciato un posto statale, già adolescente andò a Milano in cerca di lavoro e fortuna. Conobbe mia madre e, dopo pochi giorni, non ebbe remore a palesare il suo carattere alla futura suocera presentandosi con una sporta di biancheria da lavare.

Era unico nell’innescare “Processi di territorializzazione”, nel fare e sentirsi famiglia non solo con la “sua” famiglia naturale, ma con tutti gli uomini e le donne bisognosi che incrociava sul cammino. E’ così che lo voglio ricordare: un uomo che corre su una vespa grigia, poco adatta a contenere la sua mole, che corre con sguardo fiero e schiena dritta alla conquista di diritti civili e libertà.  Ciao papà (Beppe Morelli).

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1 COMMENTO

  1. Lo ricordo benissimo perché eravamo amici nel piccolo sottano ad uso ufficio in via Dalmazia. Una brava persona.

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