Nel nuovo decreto è stato imposto lo stop ai congressi. Una decisione che ha messo in serio pericolo un settore composto da centinaia di agenzie e di lavoratori che vivono grazie all’organizzazione di ogni tipo di evento congressuale.

Tra queste c’è anche Italiana Congressi e Formazione, un’agenzia barese che da 10 anni si occupa dell’organizzazione di eventi medici a carattere nazionale. Dopo mesi di lockdown e di dipendenti messi in cassa integrazione, poi in smartworking e alla fine tornati in ufficio, aveva iniziato a ingranare sia con eventi online che con congressi in presenza. Domenica sera, però, è arrivata la decisione del Governo.

Mirko Casalino, titolare dell’agenzia, ha così scritto su Facebook una lettera indirizzata al premier Giuseppe Conte nella quale rimarca la sua paura e il suo disappunto nel porre un freno all’attività congressuale, nonostante gli eventi organizzati in questo periodo avrebbero rispettato a pieno tutte le misure anti contagio imposte dallo Stato.

LA LETTERA

Egregio Presidente Conte, questa mattina mi sono svegliato prima del solito sapendo che il mio telefono avrebbe incominciato a squillare presto. Ho sentito l’esigenza di prendermi del tempo per capire che risposte dare, per sentirmi libero di aver paura per il futuro, libero di essere preoccupato senza doverlo nascondere perché, caro Presidente, oggi anche preoccuparsi è un lusso per chi ha delle responsabilità verso altre persone (famigliari, dipendenti, collaboratori, clienti, affetti, etc).

Ed io, caro Presidente, questo lusso non posso permettermelo e se devo essere sincero non voglio neanche. Ho delle responsabilità nei confronti del mio piccolo mondo, responsabilità che ho scelto di avere e quindi le accetto anche se, qualche volta, pesano davvero tanto. Credo che in parte mi possa capire avendo Lei, oggi, una responsabilità verso 60 milioni di persone, ammetto di non invidiarla.

Esiste, però, una differenza tra Lei e me, se io dovessi fallire cadrei con tutto il mio mondo, se dovesse fallire Lei, credo, rimarrebbe in piedi. Le dico questo non per innescare una banale lotta di classe ma semplicemente per dirle che la paura di cadere, di fallire è la leva che fa alzare la mattina tanti imprenditori, tanti professionisti, tante persone. La paura, caro Presidente, è la scintilla che innesca l’istinto di sopravvivenza e questo istinto ti consente di fare scelte, anche difficili, anche quando non vorresti.

Mi chiedo se anche Lei, quando fa delle scelte per “mediare tra esigenze economiche e sanitarie” abbia paura di perdere tutto. La sua azienda, il suo studio professionale, il suo futuro, il rispetto di se stesso. Mi chiedo che se anche Lei stia vivendo con la paura di dover dire a sua moglie, alla sua compagna, a suo figlio, al suo collaboratore, a sua madre, a suo padre, dire di non avercela fatta. Se sapessi che Lei ha paura di perdere tutto come me, beh dormirei sogni tranquilli o più che altro dormirei, sapendo che ci ha il potere di decidere per me (e del mio futuro) non avrà paura di prendere decisioni, che quando gioca con la mia vita lo fa anche con la sua.

Non sono qui per dirle cosa fare, non ne sarei in grado non avendo una visione di insieme. Vorrei, però, permettermi di dirle cosa NON dovrebbe fare, basandomi, non sulle mie competenze, ma sul mio buon senso.

Caro Presidente, la mediazione tra sanità ed economia NON PUO’ basarsi sulle pressioni di lobby, NON PUO’ basarsi su azioni populiste, NON PUO’ basarsi su dinamiche elettorali e politiche, NON PUO’ basarsi su un tiro alla fune che premia chi strepita di più.

A sentirla parlare sembra che l’Italia sia fatta di soli Bar e Ristoranti, anche loro stanno affrontando un momento difficile ma di certo non sono gli unici. Lei ha il dovere di prendere una decisione, anche dolorosa, anche sbagliata (potrà sempre correggersi), invece assistiamo a mezze decisioni frutto dello strattonamento di diversi poteri economici, politici, di categoria.

Perché, caro Presidente, emerge con chiarezza da questo nuovo DPCM che a muoverla siano più le pressioni che il buon senso. Mi permetto di porle alcuni quesiti di evidente carattere retorico. Fiere internazionali sì, congressi locali no? Vorrebbe dirmi che è più pericoloso riunire 500 persone di diversi paesi che mettere in una sala 30 persone?
Teatri e cinema sì, congressi no? La invito a trovare le differenze in termini di sicurezza sanitaria. Sale Bingo e sale slot (una risorsa dall’alto valore sociale per questo Paese, vero?) sì, congressi no? Qui credo non servano commenti. Mi spieghi perché posso viaggiare in areo con 3 sconosciuti davanti, 3 dietro e 2 al mio fianco ma non posso seguire un congresso nel rispetto delle norme del distanziamento?

Caro Presidente, io parlo a nome mio e mio soltanto, potrei perdonarle una decisione sbagliata anche se ne fossi la vittima, potrei perdonarle di sacrificare qualcuno per il bene di molti anche se fossi tra quelli sacrificati, potrei anche perdonarle se dovesse arrendersi ma a condizione che le sue intenzioni siano in buona fede.

Ho la sensazione che Lei ricerchi decisioni “comode” ma questa comodità si traduce in una incoerenza, una strategica incoerenza, volta a favorire qualcuno a discapito di altri per interessi diversi da quello sanitario. È facile prendere decisioni da equilibrista quando sul filo non c’è Lei ma tutti noi.

Adesso Caro Giuseppe, smetto ti tediarti e torno a tentare di salvare il mio piccolo mondo certo che per salvarlo non avrò bisogno del tuo “ristoro” ma della mia capacità di affrontare le difficoltà, del mio istinto di sopravvivere professionalmente per me e per le persone che dipendono dalle mie azioni. Io, Giuseppe, ho paura spero ne abbia anche tu. 

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