“Io non sono cattivo”, ripete Vito come un mantra all’incrocio tra viale Giovanni XXIII e viale Orazio Flacco. È il semaforo di famiglia. I vigili urbani non hanno ancora iniziato a presidiare la garitta poco distante, ma per Vitino, detto “u buche”, non fa molta differenza.

Da alcuni giorni è tornato a presidiare la sua zolla tenendo in mano almeno una decina di pacchi di fazzollettini di carta. Gli automobilisti sono diffidenti e quindi Vitino è dovuto ripartire con calma. Niente guerrilla marketing, ma un modo pacifico di attirare l’attenzione dei conducenti fermi al semaforo. Guanti e mascherina sono il primo passo. I finestrini restano chiusi.

Vitino bussa e prova e prova a piazzarti la mercanzia. Sono pochi quelli che gli concedono 3 o 4 centimetri, il necessario per spingere dentro il pacco. Attaccato all’auto, il finestrino resta l’unico strumento per assicurarsi il distanziamento di sicurezza. Vitino non è l’unico, molti semafori hanno ripreso vita: c’è chi chiede l’elemosina e chi si propone di lavare i vetri. Mancano solo i giocolieri.

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