Nei giorni scorsi la sua “lettera aperta” al ministro per la Salute, Roberto Speranza, e al Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha fatto molto discutere. Ripresa e pubblicata dalla carta stampata, ha posto numerosi spunti di riflessione sul tavolo della discussione per la fase 2. Ecco cosa ci ha detto l’architetto Francesco Maria Esposito, Presidente Onorario di World – Law, Economics & Architecture.

Architetto, ci dica due parole sulla lettera inviata al ministro della Salute Speranza e al presidente del Consiglio Giuseppe Conte il 30 marzo via email e poi pubblicata in formato Lettera Aperta.
Questa lettera è un appello ad affrontare diversamente la pandemia nella fase 2. Passare dalle “cure tardive in ospedale” alle “cure precoci a casa” ci permetterebbe di salvare molte vite, uscire prima dall’emergenza sanitaria e uscire subito e molto meglio dal blackout economico.

Da quale esperienza è partito per affermare questo?
Dall’esperienza del professor Cavanna, primario del reparto di oncologia dell’ospedale di Piacenza, che da metà marzo ha attivato una task force con la quale va a curare “casa per casa” dall’insorgere dei primi sintomi entro 2 o 3 giorni dalla segnalazione. Cavanna in poche settimane ha curato e guarito a casa più di 200 persone, e solo una percentuale bassissima è finita in ospedale perché con altre patologie pregresse. Come dice Cavanna, questo “coronavirus” va aggredito subito. Perché la percentuale dei guariti può salire del 90% se interveniamo entro 2 o 3 giorni dall’insorgere della malattia. Ma poiché gli ospedali sono pieni, occorre andare a casa delle persone. Non è giusto che le persone telefonino per giorni e giorni senza risposta, aspettando il turno per entrare in ospedale con i polmoni scoppiati. Tra l’altro abbiamo visto quanto sia necessario tenere il virus lontano dagli ospedali che diventano luogo di trasmissione.

Quindi a suo avviso bisognerebbe passare da cure tardive in ospedale a cure precoci a casa?
Proprio così. Ha detto benissimo. E poi c’è una scoperta che ci viene in aiuto come un regalo di Gesù per Pasqua: l’eparina, che previene la formazione di coaguli sanguigni anomali, potrebbe essere decisiva per evitare i trombi, gli alleati più preziosi del Covid-19. Con le esperienze che abbiamo, Cavanna in testa, e quella dell’uso dell’eparina, possiamo salutare la prima fase, caratterizzata da una mentalità ospedalocentrica perché eravamo concentrati sui reparti di terapia intensiva, in quanto non c’erano esperimenti per formulare un protocollo di cura. Adesso abbiamo il protocollo di cura che si sta velocemente evolvendo tra eparina, antinfiammatori, farmaci antivirali, idrossoclorochina. Cosa aspettiamo? Si possono somministrare a casa all’insorgere dell’infezione e arrestarla con il 90% di possibilità in più di salvare vite umane.

E come si fa a sapere se uno ha il “coronavirus”, se non abbiamo tamponi a sufficienza?
Febbre, tosse secca, dolori articolari e difficoltà respiratorie, danno un quadro clinico già chiaro, e la verifica, come dice Cavanna, può concludersi senza tampone, ma con l’uso del saturimetro che poi viene lasciato al paziente. In seguito il paziente viene monitorato a distanza, da remoto. Ma intervenendo subito guarisce con facilità e molto prima.

A casa potrebbero esserci problemi di sanificazione?
A parte che i malati vengono comunque tenuti a casa per 15 giorni, esiste la possibilità di sanificare ambienti in pochi minuti in modo facile ed economico con l’ausilio di tecnologia PHS-M a raggi UV-C e ozono. Ma questo, ripeto, è un problema secondario, giacché i malati di Covid-19 vengono comunque tenuti a casa per due settimane, in viaggio verso una morte perlomeno abbastanza probabile. Ho scritto al ministro della Salute perché l’art.32 della Costituzione italiana prevede “l’obbligo della Repubblica di tutelare la salute come fondamentale diritto dell’individuo e nell’interesse della collettività”. E spero che il ministro si renda conto della sua responsabilità. Non può non sapere di Cavanna e dell’esperienza partita nella Regione Umbria.

Per questo Lei sostiene nella sua Lettera che il ministero della Salute ha l’obbligo di coordinare le regioni e traghettarle dalla cura in ospedale tardiva alla cura a casa precoce?
Il Paese ha bisogno di due risposte immediate e serie: una all’emergenza sanitaria, l’altra all’emergenza economica. Ma senza una risposta sanitaria nuova, immediata ed efficiente, non ci potrà essere una risposta immediata ed efficiente al blackout economico, le due cose sono collegate. Possiamo salvare moltissime vite umane, uscire prima e meglio dalla Pandemia, uscire prima e meglio dal blackout economico. L’11 aprile il Messaggero riporta la notizia che la Regione Umbria sta entrando nella fase 2 della Pandemia con l’obiettivo di tenere il virus lontano dagli ospedali, abbandonare lo schema di intervento a circa 15 giorni dall’insorgere dei sintomi, spingere le cure a domicilio precoci. Prima si fa in tutte le regioni e meglio è. Ovviamente il mio appello è esteso non solo al ministro della Salute Roberto Speranza, ma anche a tutti i presidenti di Regione. E in primis, giacché lo diciamo in questa testata e la lettera è partita da Bari, al presidente Emiliano a cui spero arrivi l’input e che si attivi per trasformare anche in Puglia la lotta da ospedalocentrica tardiva, a cure a casa precoci. Del resto qui lui è il responsabile della Sanità regionale. Ho dato al ministro la mia disponibilità, gratuita, a guidare l’organizzazione del passaggio verso la lotta domiciliare al Covid-19. Ovviamente la mia disponibilità, sottolineo gratuita, vale pure per Emiliano. Il passaggio della “cura precoce a casa” è indispensabile, e speriamo che la scoperta dell’efficacia dell’eparina a questa lotta, arrivata con Pasqua, venga provata subito.
Potremmo uscire fuori dalla Pandemia subito, e affrontare seriamente il problema economico, gravissimo. Per quest’ultimo problema serviranno capacità politiche da grandi statisti.

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