In attesa della distribuzione delle tonnellate di dispositivi di protezione individuale acquistati dalla Cina, negli ospedali e al 118 pugliese la condizione di lavoro resta complicata. Da più di un mese il medico del 118 e sindacalista, Francesco Papappicco, denuncia e propone indicazioni su come alleviare le “sofferenze” di medici e infermieri del servizio di emergenza-urgenza. Abbiamo fatto il punto sullo stato dell’arte.

Stanno arrivando milioni di dispositivi di sicurezza, cambierà tutto. Tra qualche ora non avrete più “alibi”.
Per il momento siamo i fili scoperti di un cortocircuito delle istituzioni regionali, impreparate politicamente a predisporre per tempo l’apparato di sicurezza del personale sanitario più esposto. Prova ne sono le quotidiane disposizioni contraddittorie, talora scriteriate se non scellerate che ancora oggi si rincorrono e intasano i nostri fax di servizio.

C’è un caso che riguarda la postazione 118 di Noicattaro, anche in considerazione di quanto successo nella casa di riposto Nuova Fenice?
La postazione 118 medicalizzata di Noicattaro è stata chiusa per qualche giorno, il perché non è dato saperlo. I primi trasferimenti di ospiti della casa di riposo RSSA di Noicattaro li abbiamo affrontati con gli ultimi kit che definire dispositivi di protezione individuale sarebbe una presa in giro. La postazione è ripartita solo ieri a metà giornata. Mi risulta che al momento gli infermieri non siano quelli che turnano normalmente in postazione, ma esterni provenienti da altre postazioni. Spero stiano stati sottoposti al tampone. Io stesso non sono ancora stato mai testato. Occorre avviare una procedura burocratica e richiederlo personalmente. Anche per questo, da tempo ho suggerito uno screening automatico almeno quindicinale come criterio di sorveglianza degli equipaggi. Non è possibile che i singoli operatori debbano chiedere il tampone come mendicanti.

Qual è stato il giorno più duro finora in questa emergenza?
Proprio nella particolare situazione di Noicattaro ho visto uno dei gironi infernali danteschi; anziani, giovani e disabili senza mascherine in piena pandemia, giocoforza in convivenza promiscua e inconsapevoli vittime del contagio. L’impatto emotivo è devastante e il ricordo di quegli sguardi indelebile. Molti temibili focolai sono scoppiati in questo tipo di strutture. Non spetta a me indagare su responsabilità o formulare ipotesi di reato, ma da medico dell’emergenza e pubblico ufficiale posso affermare che l’evidenza delle nostre esperienze annovera il maggior numero di contagi proprio negli ospedali e nelle strutture sanitarie.

Cosa non ha effettivamente funzionato finora?
Ho denunciato pubblicamente a più riprese la mancanza dei dispositivi di protezione; dei disinfettanti alcolici e detergenti a norma di legge; adeguate procedure di sanificazione e decontaminazione di equipaggi e ambulanze; la mancata predisposizione di un registro di controllo seriato di tamponi dell’intero apparato sanitario più esposto; l’assenza di criteri e procedure di tracciabilità del contagio al di fuori degli ospedali; l’interruzione di servizio di soccorso territoriale 118 a causa dei periodi di stand-by cui siamo costretti; l’assenza di leggi e normative che prevedessero il conteggio dei decessi extra ospedalieri in sospetto Ccovid a mezzo tampone per avere una stima statisticamente più accurata della dimensione dell’epidemia sul territorio.

Voi soccorritori dell’emergenza territoriale vi sentite ancora esposti al contagio e untori al tempo stesso?
Ad oggi questa fotografia della nostra situazione in prima linea ci vede esposti al rischio di essere contagiati e a nostra volta contagiare, ammalarci o peggio lasciarci la pelle; esposti al rischio medico-legale di dover soccorrere la gente in urgenza, ma con le buste della spazzatura al posto dei calzari, con le mascherine a bassa capacità filtrante e con le tute da imbianchino che qualche giorno fa sono anche terminate. Siamo al si salvi chi può.

Il 118 è stato giudicato un settore a minor probabilità di esposizione alle particelle del respiro di pazienti infetti in un documento della Regione del 30 marzo scorso.
Un documento che contesteró punto per punto. Il 118 è il cardine della medicina d’urgenza territoriale, ogni ambulanza o automedica sono unità di rianimazione mobili. Siamo l’interfaccia tra pazienti e ospedale e tra l’incudine della burocrazia e della politica incapace e il martello del mostro invisibile. Non darci risposte e non metterci nelle condizioni di affrontare in relativa sicurezza questa pandemia è un crimine. ‘Sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione’ è l’incipit di un famoso saggio di Carl Schmitt, ebbene in questo caso sono in tanti ad aver deciso, togliendosi però lo scettro dalla mano a seconda delle convenienze. Il re è nudo e chi di competenza sappia che non siamo gregge da macello ma persone pensanti e professionisti responsabili.

Qual è il ruolo della Regione in quello che secondo lei è stato un criminale errore di valutazione?
Come le dicevo, ad esempio la Regione ha addirittura diramato a fine marzo un documento per il ‘corretto utilizzo dei DPI’ e la necessità di kit completo nelle unità operative in cui si adottano procedure generanti aerosol dal quale emerge inspiegabilmente che il 118 e il pronto soccorso sono unità a ‘minor probabilità’ di contagio. Ora è del tutto evidente che gli infetti, i malati e i decessi di medici, infermieri e soccorritori, mostri inequivocabilmente il contrario. Non saranno certo il Governatore Emiliano e il dottor Montanaro a venirmi a spiegare come si formula ed effettua uno studio medico-scientifico. Con questi presupposti, misurare la dimensione dell’epidemia in Puglia mi pare come misurare l’altezza di un grattacielo nell’aneddoto del barometro di Bohr, descritto ne ‘l’uso della prova scientifica nel processo penale’. È tanto contestabile quanto irresponsabile, ridicolo e provocatorio.

Un ultimo tema è quello delle carceri, da più parti vengono lanciati allarmi. A Lecce e Brindisi ci sono casi positivi.
Un’altra dimostrazione della sottovalutazione del rischio di contagio. Temo possano scoppiare focolai nelle carceri. Non vorrei che il Ministero e la Regione stiano sottovalutando il potenziale esplosivo della condizione di vita promiscua dei detenuti. Sarebbe un altro errore fatale.

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