Lasciare la propria terra per cercare lavoro in quel nord freddo e frenetico. Tantissimi giovani hanno preso questa amara decisione sapendo di allontanarsi dai familiari, amici, dalle tanto amate tradizioni. La mancanza della propria terra si sente soprattutto in questi giorni di emergenza, di certo ancor di più dopo che il Governo ha dichiarato alcune regioni, tra queste anche la Lombardia, zone a rischio.

Ecco che centinaia anzi migliaia di meridionali hanno deciso ieri sera di fare i bagagli e di scappare dal nord per tornare nell’amato sud, prima che l’ordinanza entrasse in vigore. Una decisione senza senso che non circoscrive il contagio, ma che anzi potrebbe far aumentare il numero di pazienti affetti da Coronavirus anche nelle regioni del sud.

Ed è proprio per questo che Leonardo ha deciso di scrivere una lettera in cui riflette sull’emergenza. Anche lui dice di essere stato tentato di abbandonare la sua nuova casa per tornare dai suoi affetti, ma il solo pensiero di poter contagiare qualche parente o amico lo ha fatto desistere, rendendo la sua decisione oculata e non superficiale.

LA LETTERA

Mi chiamo Leonardo, vivo e lavoro a Milano da oltre 8 anni, sono uno di quei casi comuni della nostra bella terra, la Puglia; ho lasciato casa, il mare, le campagne, il sole caldo che ti rallegra il cuore, gli amici che sono sempre disponibili per un “giro”, una parola, una birretta.

Sì, sono uno dei tanti che è partito al Nord per un posto di lavoro, riuscendo, negli anni, a creare un piccolo spazio in cui anche uno come me avesse un posto tutto suo; l’unico rammarico è non averlo creato ad Adelfia, a casa. Attualmente sono il Direttore Tecnico di un’azienda della provincia di Milano, mi occupo della progettazione e dello sviluppo di scambiatori di calore per l’oleodinamica: da noi si direbbe “roba fattizza”.

Ricordo con chiarezza qualche settimana fa la notizia del paziente 0, poi diventato paziente 1, poi paziente e basta. Coronavirus. COVID-19. Epidemia. Pandemia. Chi più ne ha più ne metta. Ricordo il panico, la preoccupazione per mio fratello (anche lui qui) e del rischio di contagio poi scongiurato, ricordo i sacrifici di mia cugina (anche lei qui), in prima linea a scovare i positivi, le foto vestita da palombaro e con quel sorriso che lasciava trasparire una rassegnata preoccupazione per una lavoro, una passione, che ti impongono questi rischi.

Ho cercato di vivere questa emergenza nel modo più tranquillo possibile, non andando in tilt dopo le prime dieci farmacie visitate senza amuchina, dopo aver dovuto prendere in seria considerazione di cucinare le penne lisce (per fortuna a Natale ho fatto una scorta di orecchiette), dopo aver dovuto, ogni giorno, percorrere il tragitto casa/lavoro e viceversa, avendo a che fare con oltre 100 persone in azienda, sperando che nessuno ti starnutisse in faccia, che la mano fosse lavata, che il metro di distanza fosse rispettato.

Prendere il caffè al bar è diventato un incubo: niente banco, 3 al tavolo massimo, un metro minimo di distanza, dispenser con amuchina, sguardi di rimprovero se qualcuno tossisce o peggio. C’è chi vive questo periodo cercando di spostarsi il meno possibile, c’è chi invece pensa a tutto questo come all’influenza di stagione (“ma sì, vado in montagna, vado a casa, vengono i miei, vado a visitare le città d’arte, cosa vuoi che accada, io sono attento”).

Sono in una terra dove il contagio porta una persona ad infettarne 2.5, bisogna mettere in conto che fino a quando durerà, c’è l’alta possibilità di dover chiamare a casa e dire di essere infetti. Probabilmente mentre scrivo questa lettera il mio fisico è stato già contagiato, magari perché 4 giorni fa ho stretto la mano a qualcuno che ritenevo affidabile, per poi mangiarmi le unghie senza lavarmi le mani (maledetto vizio).

Ieri, nel bel mezzo della “clausura del sabato sera”, è arrivata la notizia. Siamo diventati zona rossa, anzi no, ora i colori non si usano più, siamo zona a rischio: in definitiva la Lombardia è off limits, tipo “Fuga da New York”. Nessuno entra, nessuno esce, ma solo da Domenica 8 Marzo 2020, o forse no (le classiche situazioni all’italiana).

Non nascondo di aver pensato di prendere tutte le ferie arretrate, che mi chiedono di smaltire da mesi, e volare a casa, con tutti i mezzi possibili. Poi però ho pensato alla famiglia, agli amici, alla terra che tanto amo; non avrei potuto in nessun modo fare un torto del genere a chi mi ha cresciuto, mi ha dato le possibilità che ho oggi. Il pensiero è durato un attimo, ma è stato subito scartato. Non posso fare del male alla mia terra. In una situazione di emergenza non comanda il cuore, deve comandare la testa.

In questo momento mi piacerebbe essere giù, in piazza, con gli amici, a raccontare di averla scampata e che gli anticorpi dei frutti di mare crudi mi hanno salvato dall’epidemia, ma non posso, non devo. Non è giusto per chi esporrei ad un alto rischio per l’egoismo di un momento. Ho preferito restare qui perché il dovere civico me lo impone. Ho deciso di restare qui perché preferisco raccontarvi tutto ad Agosto, in spiaggia, con la Peroni sudata in mano mentre la pelle sfrigola per quel sole caldo che ci regala la nostra terra.
Sono un figlio della Puglia e lo sarò sempre, ma a volte bisogna saper dire no, bisogna farsi del male per permettere agli altri di poter stare bene. A volte bisogna fare un piccolo sacrificio.

Non condivido chi oggi è in fuga dalla Lombardia o dalle province che sono state chiuse per l’alto rischio di contagio. Non condivido chi oggi sta tornando a casa per sentire una parola di conforto.

Tra qualche giorno dovrò affrontare un piccolo intervento (nulla di grave) ed i miei si erano resi subito disponibili ad essere qui per un conforto. I miei. Ultrasessantenni. È chiaro che il cuore avrebbe voluto averli qui. Ma la testa ha chiuso ogni porta.

Tra un mese, a cavallo della chiusura, entro anche io nel magico mondo degli -anta. Sarebbe bello festeggiare con la famiglia, con tutti gli zii, i cugini, nello stile della nostra terra, dove sotto le 30 persone è un pranzo della domenica. Ma non sarà possibile. Bisogna accettare che ora siamo in una fase di emergenza, bisogna accettare, per il bene della nostra terra, di evitare spostamenti sconsiderati.

Oggi tornare giù è una cazzata. Fatevi mandare i pacchi, chiamate via skype, tramite WhatsApp, usate Facebook o Instagram per rassicurare tutti. Cercate di fare il vostro dovere civico, non siate veicolo di contagio. Non è corretto nei confronti di chi vi vuole bene, non è corretto nei confronti della vostra terra che vi accoglie sempre come una mamma amorevole, a braccia aperte. Io sono uno dei tanti, con una storia comune come tante altre. Una goccia in un mare, solo una. Con affetto.

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