La prima gara, la prima 5km, la prima Race for the Cure. Tutto è nuovo in questa giornata in cui si svolge la 20esima edizione della corsa per sconfiggere il tumore al seno. Ogni passo, ogni suono, ogni faccia, tutto è visto attraverso la lente di ingrandimento della prima volta, della prima esperienza, tutto finisce inevitabilmente ai raggi X, e nonostante sia stato superato il traguardo dei 20mila iscritti, io stesso ho cucito addosso il pettorale 19897, “non è tutto rosa” quello che luccica.

LA GARA- L’emozione è tanta, la voglia di misurarsi con se stessi, arrivare al traguardo senza mollare, il timore di realizzare un tempo indecente, rispetto a quelli della solita corsetta, prevale sulla bolgia che c’è intorno, meglio indossare le cuffiette per sentire la radio e cercare di isolarsi; coprire l’animazione che fa muovere tutti per un po’ di riscaldamento non è cosa facile. Subito prima dello start, parte l’inno di Mameli, e corso Vittorio Emanuele canta all’unisono: “…che schiava di Roma Iddio la creò”. Brividi. Tre, due, uno, go. Si parte, per modo di dire.

Sì, perché gli iscritti alla 5km competitiva, alla 5 non competitiva e alla passeggiata di 2km, sono schierati tutti insieme. Lo speaker aveva chiesto a chi volesse fare la passeggiata di posizionarsi in coda, ma molti non gli hanno dato retta. Così, prima poter fare anche un solo passo, ci vuole un po’, nonostante sia posizionato piuttosto avanti. C’è il tempo per avviare Runtastic. Alla fine la marea rosa si muove, corso Vittorio Emanuele è tutto uno slalom tra i camminatori. Poco importa, era previsto e prevedibile, e poi siamo tutti qui per un altro motivo. Io, per esempio, voglio solo arrivare in fondo.

All’incrocio con corso Cavour i gruppi (teoricamente) si dividono, corridori verso il molo San Nicola, gli altri verso il Fortino Sant’Antonio, e inizia la gara per i non competitivi, gli atleti veri hanno preso il largo e i primi te li vedi già venire incontro dopo il giro di boa. Runtastic annuncia in cuffia 9′ e rotti a chilometro. Un’eternità. Piazza Diaz, il palazzo della ex Provincia, all’altezza dell’Inps si torna indietro, un po’ di slalom è sempre d’obbligo, ma ora puoi vedere le facce di chi sta dietro. L’app dice 5′ 35″, le gambe chiedono pietà, i polmoni scoppiano e io sono già pronto per tornare a casa. Al teatro Margherita si svolta verso il Fortino, qui il gruppo è ormai abbondantemente disgregato e per andare avanti devi cercati qualcuno che vada non troppo più forte di te, per prenderlo come riferimento.

Ormai sei già oltre metà tracciato, non ti resta che percorrere il lungomare, svoltare prima del Castello, piazza Massari e l’arrivo, come se il cuore non andasse già sparato a tremila e non fossi in debito d’ossigeno da quando hai passato l’Hotel delle Nazioni la prima volta, all’andata. Ormai ci sei quasi, e non è proprio il caso di mollare, e poi il Castello è lì a due passi. Già, il Castello. Quando pensi che il peggio sia passato, arriva la mazzata. Il tratto che costeggia l’antica fortezza è da spezzare le gambe. Dopo tutta la pianura quasi piatta del lungomare, ecco la salita. E chi se l’aspettava! Sia quel che sia, stringi i denti, sudi veleno, e sei già oltre piazza Massari. Il traguardo è lì, passare sotto l’arco non è facile perché c’è un sacco di gente, ma il cronometro si ferma a 31′ e 08″. Chiamate il 118, serve la bombola.

LE LUCI- Da ora in poi parte il folclore, i gruppi pittoreschi, chi ha portato il cane, chi il bimbo in passeggino, qualcuno se l’è fatta coi rollerblade. Insomma, parte la festa e sono solo sorrisi, trenini estemporanei, balli di gruppo, i ringraziamenti per gli sponsor, le premiazioni. Tra runner di varie categorie, associazioni e aziende, c’è spazio anche per i gruppi più numerosi, come quello dell’ospedale San Paolo, per molte donne punto di riferimento in tema di mammografie, esami clinici, accertamenti. Con i suoi 303 partecipanti, quello del San Paolo è stato il più folto tra gli operatori sanitari.

LE OMBRE- In mezzo a tanto “bel fare” per una causa così nobile e importante, non mi sarei aspettato alcuni scivoloni organizzativi. Non mi sarei aspettato un solo punto ristoro, ammassato subito dopo il traguardo, con la gente costretta a sgomitare per rifocillarsi. Collocarne un secondo, anche più piccolo volendo, avrebbe evitato la calca, sopratutto pensando a chi ha corso sul serio e deve reidratarsi. Mi sarei aspettato molta meno plastica, se le bottigliette di acqua ancora non si possono evitare (nonostante esistano già soluzioni alternative), latte e succhi di frutta, al punto di ristoro, vengono serviti esclusivamente nei bicchieri di plastica. Decisamente fuori luogo, anche pensando che la Regione, presente alla Race for The Cure, ha imboccato la via del plastic-free. Qualche stand del villaggio rosa si è dotato dei bicchieri di cartone, finiti purtroppo gettati a terra o appoggiati qua e là. In questo scenario, infatti, ci sarebbero voluti molti più cestini; indipendentemente da quanti operatori Amiu sono entrati in azione a manifestazione finita. Gli incivili sono sempre in agguato.

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1 COMMENTO

  1. Aldilà della retorica profusa a piene mani anche a Bari ci si dovrebbe chiedere se ha davvero un senso donare soldi alla Susan G. Komen partecipando alle maratone rosa di Race for the Cure. La Komen è la più grande fondazione Usa per la lotta al cancro al seno. Ogni anno raccoglie milioni di dollari con maratone rosa, sponsorizzazioni, donazioni pubbliche (Comune di Bari) e telefoniche.
    Dal 1982 ha raccolto 3 miliardi di dollari, ma solo un miliardo è finito in ricerca, il 30% del totale.
    La fondazione Komen è stata accusata negli Usa di stornare una gran quantità del denaro proveniente dalle raccolte fondi per gli stipendi dei suoi amministratori.
    La fondatrice di Komen Nancy Goodman Brinker percepiva un compenso di 560 mila dollari annui, mentre la presidente Elizabeth Thompson 606 mila dollari.
    Inoltre la Komen impedisce ad altre associazioni l’uso del termine “for the cure”. È quindi lecito chiedersi se sia una associazione per la cura o anche per fare soldi.

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