È la storia vera di quel giornalista un po’ coraggioso, un po’ incosciente, un po’ rompiscatole e un po’ perseverante che nel 1977 decise di sfidare la prepotenza del boss Tano Badalamenti, signore di Cinisi in provincia di Palermo, fondando insieme ad alcuni amici Radio Aut: una radio troppo libera per non essere un problema.

Una voce, quella di Peppino Impastato, messa a tacere la notte tra l’8 ed il 9 Maggio con un omicidio simulato maldestramente in suicidio, passato in secondo piano perché oscurato dall’omicidio di Aldo Moro, che solo grazie alla perseveranza della mamma e del fratello Giovanni, ha ricevuto giustizia dopo un lungo e complesso percorso giudiziario. Ed è lo stesso Giovanni ad aver proseguito le orme del fratello, raccontando nel libro “oltre i cento passi” (Piemme Editore, Maggio 2017) l’opera di Peppino, facendo contemporaneamente il punto della situazione sulla mafia oggi in Italia.

Una missione, quella di Giovanni, che compie senza sosta o fatica rimbalzando da scuola a scuola perché creare coscienza nei più giovani è il modo migliore di combattere contro questo mostro silente. “I ragazzi devono essere spronati e svegliati” parla Impastato “soprattutto perché oggi i miti diffusi dalla televisione sono quelli sbagliati, non solo la malavita di Gomorra ma anche Amici della De Filippi”.

Si scaglia contro il virtuale dei social che blocca il vero scambio di idee tra ragazzi ma anche contro il calcio impregnato, ma non troppo, di mafia, un bel po’ di arroganza a menefreghismo. Ed eccolo nell’aula magna della “Massari-Galilei” che parla ai tanti e mai troppi ragazzi intervenuti, racconta ai ragazzi, si confida e risponde alle loro domande e li sprona e li invita alla sovversione civile ma anche al rispetto della legge, un concetto che è quasi un ossimoro.

Tutti lo vogliono sentire e, seppur d’obbligo, la presentazione della preside Alba Decataldo, di Paola Romano assessore alle politiche giovanili educative e ricerca, e di Giuseppina Lotito dirigente dell’ufficio III USR Puglia, sono molto brevi, come l’introduzione di Giovanni Impastato che non vuole annoiare i ragazzi perché vuol lasciarsi il tempo di rispondere completamente alle loro domande che piovono come se fosse una pioggia benevola su di un campo di grano.

Gli chiedono cosa è la mafia per lui, come si può combattere, come si è sentito in questi anni, come vorrebbe cambiare il mondo, cosa manca ai giovani e tanto altro ancora.
“Bisogna ribellarsi se una cosa non ci piace, bisogna avere il coraggio di farsi sentire ma soprattutto bisogna realmente identificare un problema e non farcelo dire da qualcun altro” prosegue nel suo intervento Impastato, e la memoria non può che tornare a quei 25 anni di Calvario che sono serviti alla magistratura per riconoscere l’omicidio del fratello come omicidio di mafia.

“Ne è valsa la pena” è convinto Impastato “perché è stata prima di tutto una vittoria della giustizia contro chi non la voleva, comprese forze dell’ordine e magistrati che ieri indagavano ed oggi sono in posti di rilievo”.

E quando un ragazzo gli chiede del fratello, lo sguardo si intenerisce; “Peppino era molto ironico, quasi non lo si riconoscerebbe nella versione dell’impegnato politicamente”. E ricorda l’aneddoto di un carnevale con lui nelle vesti da clown mangiafuoco ed i bambini di Cinisi che lo seguono, quasi scappando dai genitori, per divertirsi con lui. Perché la prima forma di ribellione è la satira e per fare satira bisogna avere coraggio: Peppino ne aveva da vendere.

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