Non pagano un debito di poche migliaia di euro agli avvocati e si ritrovano fuori dalla casa pignorata e venduta all’asta per una cifra ritenuta fuori mercato. La storia è quella di una donna disabile e suo figlio oggi 14enne. Siamo al sesto piano del civico 31 di via Quarto, una traversa di via Re David, al quartiere San Pasquale di Bari.

Sulle disavventure della signora Trisolini si potrebbe scrivere un libro, ma nel nostro caso proveremo a sintetizzare con alcuni spunti di riflessione oltre che dando voce all’ex tutore della donna, nonché padre del ragazzo. Nonostante le opposizioni tentate dall’avvocato chiamato in causa ormai a giochi fatti e al tentativo dell’ex tutore, la giustizia ha seguito il suo corso cavilloso, senza dare spazio all’umanità che molto probabilmente questa vicenda meritava.

L’abitazione, venduta all’asta per 175 mila euro è una casona di 160 metri quadrati. Alla morte del proprietario, catastalmente l’immobile è finito per metà alla moglie dell’uomo e per l’altra metà a sua figlia, la protagonista della vicenda. Alla morte del proprietario, la signora Trisolini non ha mai validamente accettato l’eredità, non diventando, quindi catastalmente proprietaria dell’immobile. A causa della richiesta di pignoramento di un avvocato e successivamente al ricovero forzato della disabile in una struttura per malati psichici, il delegato alla vendita ha cambiato la serratura della porta d’ingresso.

Da quel momento né la donna né suo figlio sono potuti rientrarci, se non per prendere alcune cose con l’autorizzazione di un magistrato. I magistrati, sono loro gli altri protagonisti del caso. Tra quelli che si sono succeduti nel tempo, c’è uno che aveva individuato il nocciolo della questione. Metà casa era di proprietà della mamma della donna, morta anch’essa, tutt’oggi bloccata da un procedimento giudiziario; l’altra metà, invece, non era stata mai formalmente rivendicata dall’ereditiera.

Nonostante tutto è stato possibile vendere il cento per cento dell’immobile. Eppure, l’ex tutore, una volta venuto a sapere che sull’abitazione pendeva un pignoramento esecutivo, ha tentato in tutti i modi di salvare capre e cavoli, con una soluzione addirittura avallata da un altro giudice: dividere la proprietà in due e vendere quella della donna invalida. In questo modo si sarebbero potuti pagare i debiti, salvando il tetto a mamma e figlio. Anche in questo caso, però, dopo un primo via libera è stato bloccato tutto.

C’erano i documenti, il via libera dell’ingegnere, l’acquirente e pure il parere favorevole di un giudice. Opposizioni rigettate, denunce, querele. Niente è servito ad aprire le menti di chi avrebbe forse potuto fermare questa “violenza”, tanto che domani scadono i termini dati alla donna e suo figlio per liberare l’immobile da ciò che ancora contiene.

Nel frattempo è stato nominato un altro tutore, ma sembra difficile evitare che mamma e figlio finiscano fuori da quella casa. La questione solleva il problema delle aste, di quanto ci si possa spingersi oltre per fare affari – per carità, legittimi lo ricordiamo – approfittando però in maniera evidente delle disgrazie altrui.

In questo caso la donna è invalida al 75 per cento, anche apparentemente impossibilitata a prendere in autonomia una qualunque decisione. È davvero questa la cosa migliore che si potesse fare per la tutela di una disabile e di suo figlio minore? Ci piacerebbe tanto avere una risposta, al netto di quelle che possano essere estratte dai commi e codicilli di leggi e norme chiamate in causa di volte in volte.

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