Si ritorna a parlare di scuola e, soprattutto, di Buona Scuola. Di ciò che non va e di quello che si potrebbe o dovrebbe fare e che invece non si fa. E poi di Insegnanti. Sempre più scontenti e allo sbando. In fondo sono loro le vere vittime, insieme agli studenti, di un sistema ministeriale che travolge e trascina tutto e tutti verso un ignoto destino. Per esempio, trovare il senso sull’(in)applicabilità delle normative che quotidianamente vengono emesse e sbattute sui tavoli dei Dirigenti Scolastici come fossero panini di un nostrano fast food, sembra essere diventato il principale leitmotiv di tutta la popolazione scolastica.

Scendono, allora, in campo le segreterie scolastiche e i sindacati per dare risposte comprensibili e per contenere, in un certo senso, anche l’evidente malcontento. Tutto questo toglie il respiro e pure il sonno se solo per un attimo riflettessimo su questi professionisti del sapere, spesso plurilaureati, maltrattati, bistrattati, malpagati e tanto altro e che hanno in mano le sorti della nostra futura società. In breve, la vita e la formazione integrale dei nostri ragazzi. Ancora una volta, a 2 anni dall’entrata in vigore della “buonissima” Scuola, siamo costretti a fare chiarezza su quel che accade e che non ci piace. Lo faremo con un esperto sindacalista, coordinatore provinciale e vice regionale della Gilda degli Insegnanti e della Federazione Gilda Unams, dott. Vito Carlo Castellana.

Recentemente l’“attacco” da parte di alcune voci politiche su una presunta mancata (auto)riforma dei sindacati, ha sollevato un polverone e forti reazioni tra i leader delle più significative sigle sindacali. La Gilda, importante riferimento per molti lavoratori della scuola, come ha risposto?
Le polemiche e gli attacchi spesso sono strumentali e fanno il gioco del tutti contro tutti. In realtà le organizzazioni sindacali sono delle associazioni private con una “base” che dal basso spinge per partecipare alla vita dei sindacati e chiede costantemente ai vertici di dar loro conto. Proprio come Gilda degli Insegnanti che nasce come comitato di base e può, quindi, già ritenersi “riformata” dal suo DNA. Non abbiamo infatti segretari, ma coordinatori. I dipendenti sono solo pochissime unità presenti nella sede di Roma. Non abbiamo Caf e Patronati. Nessun dirigente ha stipendi sindacali. La scelta è quella di avere un’associazione professionale molto snella dal punto di vista organizzativo, che vuole valorizzare la professione del docente, anche con obiettivi sindacali. Perciò abbiamo deciso di non avere tra gli iscritti i Dirigenti Scolastici e di avere come punto di partenza, per qualsiasi decisione, le assemblee dei soci. Anche le elezioni degli organi direttivi, partono da forme assembleari che di fatto garantiscono democrazia e trasparenza all’interno dell’Organizzazione. Per esempio, la mia elezione è avvenuta con il voto favorevole delle diverse assemblee organizzate in tutti i comuni della provincia.

Un sindacato attivissimo e sempre sul campo. Insomma un buon osservatorio per fare il punto della situazione a due anni (circa) dall’entrata in vigore della “Buona Scuola”. Si sperava che con la riforma, l’annosa situazione dei precari della scuola, sarebbe stata sanata. Ma così non è stato. Molti docenti lamentano ancora di non aver trovato la cosiddetta “stabilità” professionale. Una parola che tanto fa pensare alla sicurezza e che ben si sposa con serenità. Tuttavia, sembrerebbe che, entrambi i “vocalizzi”, siano off-limits per tutto il personale docente. Perché?
Il problema del precariato è grave ed è sempre stato affrontato con superficialità e soprattutto mai tenendo conto delle legittime aspettative dei colleghi e delle reali esigenze della scuola. Basti pensare che i “precari” hanno meno diritti in termini di permessi, malattia e retribuzione. Innanzitutto si dovrebbe puntare ad azzerare queste differenze ma, soprattutto, a eliminare, una volta per tutte, il precariato. Invece, specie ultimamente, la politica ha remato contro tutto questo. Andando ad alimentare un mercato fiorente per i venditori di corsi di formazione, necessari molte volte a far crescere i punteggi delle graduatorie (e per i ri-corsifici). Insomma, tanti canali di reclutamento aperti, che di fatto hanno creato una guerra tra i docenti, aumentando i contenziosi a discapito della qualità e dignità dell’insegnamento. Poi si sono aggiunti gli effetti della riforma “Fornero”, che uniti alla denatalità, specie al Sud – in Puglia ogni anno abbiamo circa 10.000 alunni in meno- , hanno fatto rallentare inesorabilmente il turn-over.

Il precariato è un dramma che la Buona Scuola avrebbe dovuto risolvere e che invece non ha risolto, in quale ordine e grado di scuola si avverte maggiormente? Quali le possibili soluzioni?
Il problema è particolarmente vissuto nella scuola dell’infanzia e in quella primaria. Ma anche in specifiche classi di concorso della secondaria, dove le varie riforme e controriforme hanno falcidiato gli organici. Si pensi a quei docenti non ancora stabilizzati nonostante abbiano superato i concorsi del 99/2000 e a quelli con decine di anni di servizio all’attivo. La soluzione sarebbe semplice, ma comporterebbe un preciso impegno politico-economico. Si dovrebbe innanzitutto ridurre il numero di alunni per classe. È inconcepibile per una buona didattica avere classi con più di 30 studenti. E poi, favorire il turn-over. Bisogna riconoscere, una volta per tutte, che il lavoro dell’ insegnante è usurante, delicato e di grande responsabilità.

Da poco è stata introdotta un’importante innovazione sulla farraginosa (e temuta) procedura di Ricostruzione Carriera. Sembra sia stata sburocratizzata. Il Ministero avrebbe inviato nuove norme per l’inserimento on-line dei dati relativi alla storia professionale del docente. E così? Possiamo dare informazioni certe al personale scolastico?
La 107 ha toccato soprattutto i docenti e, di fatto, anche se indirettamente, il personale ATA. Con la famigerata Buona Scuola, infatti, è aumentata in modo esponenziale la burocrazia nelle scuole. Si pensi alle pratiche relative all’assegnazione del bonus di merito dei docenti, alla card di 500€ per la formazione e soprattutto alla chiamata diretta che ha sovraccaricato il lavoro delle segreterie anche durante i mesi estivi. Queste ultime hanno decine di scadenze da rispettare ogni mese. Basti pensare, che la norma (ovviamente tutta all’insegna del risparmio), dice che non è possibile sostituire gli Assistenti Amministrativi quando, in una scuola, ce ne sono più di quattro.

A questo si aggiunge anche una formazione carente se non inesistente del personale di segreteria che l’Amministrazione non provvede a risolvere. Tutto questo ha una ricaduta negativa per chi deve usufruire dei servizi. Per esempio, la questione ricostruzione carriera, in realtà è un problema che sembra essere stato creato ad arte. L’Amministrazione, infatti, è già in possesso di tutti i dati relativi alla carriera dei docenti, ma chiede un’ulteriore pratica burocratica nella quale si deve ridichiarare tutto. Il sistema sembra fatto apposta per far sbagliare a favore dello Stato. Basterebbe invece che, in automatico, si riconoscesse l’anzianità di servizio già da quando si è precari. Come sempre, però, manca la volontà politica che ovviamente va in tutt’altra direzione.

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