Le polemiche legate alle lunghe liste d’attesa per visite specialistiche, anche urgenti, ha scatenato come prevedibile un accesso dibattito. Pazienti e dirigenti della sanità pubblica vedono la faccenda sotto due punti di vista differenti. In questo caso ci limitiamo a riportare le posizioni che ci giungono in regazione, come per l’ulteriore risposta del paziente oncologico alle spiegazioni del direttore generale del Policlinico, Vitangelo Dattoli. Dal canto nostro, usiamo una recente immagine della campagna comunicativa shock dell’Ordine dei Medici.

LA LETTERA – Gentile dottor Dattoli, ho letto con molta attenzione le precisazioni alla mia denuncia, fatta attraverso le pagine di bari.ilquotidianoitaliano.com e con rammarico le dico che sono rimasto sconcertato. In quelle righe certifica che il Policlinico non è in grado di rispettare le richieste di un medico che ha in cura un paziente oncologico al quale hanno asportato una massa tumorale al polmone solo due mesi fa.

Spiega, infatti, che: “… la prenotazione più lontana è a ottobre 2017 come certificato dal direttore della UO”. Io, che ho bisogno di una pet urgente, quindi da effettuare entro dieci giorni, dovrei aspettare la prima data utile, tra due mesi. Purtroppo ho un tumore, che necessita di valutazioni costanti, a maggior ragione all’indomani di un delicato intervento chirurgico, non un banale mal di denti.

Non fosse necessario non mi sarebbe stato attribuito il codice tumorale e dell’urgenza previsto dal Sistema sanitario nazionale e regionale. Ormai, e lo dico con cognizione di causa avendolo provato sulla mia pelle, siamo diventati tutti dei numeri, a meno che non si abbiano soldi da spendere per ovviare alle negligenze della sanità pubblica o santi in paradiso, dei quali sono alla disperata ricerca.

Sono certo che a differenza di alcun suoi colleghi lei, nel pieno rispetto del ruolo che ricopre, non abbia mai intercesso per agevolare un paziente a scapito di un altro; per accelerare i tempi di una visita specialitstica; per trovare un posto letto ad amici e conoscenti quando ad altri è negato; per trasferire d’urgenza un paziente; per somministrare un farmaco e via dicendo.

Viviamo nell’era in cui noi comuni cittadini ci poniamo la più tremenda delle domande: quando l’ammalato è il figlio, la moglie, la mamma, il marito di un dirigente della sanità qual è la procedura? Vale per tutti la stessa trafila? Vede, può dare a me ed a quelli come me tutte le spiegazioni possibili, ma io la pet urgente al Policlinico non posso farla. Questo è il fatto centrale della faccenda. Non voglio andare troppo oltre, anche per non mettere in difficoltà il giornale che con grande senso di responsabilità verso i comuni cittadini mi ospita, ma una cosa la devo spiegare.

Nella smentita definisce il mio caso “destituito di ogni fondamento”. Ha ragione, è proprio così, ma le dico perché. Quando mi è stato proposto marzo 2018 dall’impiegato me ne sono andato bestemmiando, rifiutando quello scempio per non ledere oltremodo la mia dignità di uomo, già segnata dalla malattia. Avessi accettato adesso staremmo a parlare di un’altra storia. La sanità affidata ai burocrati piuttosto che ai medici porta a queste situazioni, ma è colpa dell’intero sistema generato per evitare il precipizio economico. I conti devono tornare a qualunque costo, me ne sono accorto dolorosamente. Adesso tranquillizzate tutti, spiegategli che l’urgenza di una pet in dieci giorni è un’eresia, perché fatta entro due mesi è è la stessa cosa. Mi stia bene.

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