Uno si chiama Nicola, Colino se volete, nome caratteristico per chi nasce a Bari, l’altro si chiama Freedom, libertà in inglese, viene dalla Nigeria. Li abbiamo incontrati casualmente per le strade del quartiere Libertà, anzi, proprio in via Libertà. A farlo apposta non ci saremmo riusciti.

Il quartiere è uno tra quelli a più alto tasso di migranti, o immigrati, profughi, clandestini, chiamateli come volete, ma qui molto spesso ci sono stati episodi di convivenza difficile, a volte oltre i limiti del razzismo e dell’intolleranza, di cui intendiamoci il quartiere non detiene l’esclusiva. Diciamo che forse qui si sente più che altrove, colpa di condizioni oggettivamente difficili e di alcune scelte dell’amministrazione scellerate, come quella di destinare il capannone dell’ex Set, oggi smantellato per fortuna, a “luogo” di accoglienza, anche se assomigliava più ad un ghetto.

“Al Libertà si vive bene, anche se ogni tanto danno in escandescenza – ci ha detto Nicola riferendosi ai migranti – come fanno un po’ tutti, gli scemi stanno ovunque, non solo qua e non sono solo loro”.

“Ho 35 anni, sono a Bari da 5 anni  – ha raccontato Freedom – e ci si vive così così, il problema principale è che soprattutto non c’è lavoro, sono imbianchino ma non c’è molto per me”.

La situazione è complicata per chiunque: “È un mondo difficile, se tutto va bene siamo rovinati” ironizza Nicola, ma la verità è che non sono rose e fiori sia per i baresi che per i migranti. L’aria è amara, si dice a bari, indipendentemente dal colore della pelle.

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