Le leggi all’interno dell’area demaniale del Porto di Bari vengono interpretate in modo differente a seconda dell’occasione. La storia della Pamar srl ne è un esempio lampante. Carte bollate, denunce, aule di tribunale e sentenze, potrebbero non aver evitato un ulteriore ricorso al giudice. L’ennesima causa pagata coi soldi di tutti perché non si vuole trovare una soluzione diversa. Un malloppo di documenti fanno da sfondo a ciò che è capitato al cantiere Pamar, sequestrato dalla Capitaneria il 19 ottobre del 2015. La notizia all’epoca fu riportata su diversi giornali locali. Abbiamo deciso di capire cosa stesse succedendo.

Al centro della scrupolosa indagine della Capitaneria c’è l’utilizzo del pubblico demanio marittimo. L’area di 5mila metri quadri e il relativo specchio d’acqua di circa 800 metri quadri furono sequestrati al titolare del cantiere in concessione (n. 25/2010), contestandogli numerose violazioni al codice della Navigazione, l’occupazione abusiva della licenza per “sine titulo” e alcuni reati in materia ambientale. Il cantiere era usato come manutenzione e riparazione di natanti, ovvero rimessaggio di natanti sequestrati dagli stessi giudici del Tribunale di Bari o addirittura dalla Guardia di Finanza per ormeggiare imbarcazioni momentaneamente inutilizzabili.

A dire della Capitaneria di Porto, la licenza di Pamar sarebbe scaduta il 31 dicembre 2013, senza che fossero state prese le necessarie cautele nella fase di smaltimento delle acque di dilavamento del piazzale. Pare che il servizio Ambiente e Demanio della Capitaneria, però, non abbia tenuto conto della proroga “ex lege” della concessione al 31 dicembre 2020. Proroga peraltro riportata in svariate circolari Ministeriali in cui ci siamo imbattuti.

Questo è quanto emerso nel corso dei controlli sistematici effettuati nel cantiere. Sul tema dell’occupazione abusiva, intanto, a favore della Pamar si è espresso anche il Tribunale del Riesame. Nelle pieghe della giustizia una decina di artigiani e le loro famiglie che collaboravano con il cantiere da quel momento sono senza soldi. Facendo una passeggiata all’interno del Porto e sentento decine di persone, veniamo a sapere che la Pamar, a differenza di quanto succede in altri cantieri, che pure andrebbero controllati con lo stesso rigore, l’impianto aveva iniziato a costruirlo. Il vero problema – sarà per questo che in tanti quell’impianto non ce l’hanno – è che costa tanto e quindi l’opera era sta lasciata a metà in attesa di tempi migliori.

Sulla questione è intervenuta anche l’AssoConsum, associazione a difesa dei consumatori. Il sospetto è quello che nei confronti della Pamar di proprietà del signor Paudice ci sia un’attenzione particolare, dettata da altre ragioni, forse riconducibili alla battaglia del titolare del cantiere sul criterio di calcolo dei canoni per le concessioni demaniali. Concessioni su cui, a leggere le carte, si sarebbe fatta una gran confusione. Stando a quello che siamo riusciti a stabilire, sembra proprio che l’Autorità Portuale le applichi in violazione della norma di riferimento sin dal 2007. Anche le pietre sanno, poi, che ci sarebbero almeno altri tre cantieri sprovvisti di un impianto di trattamento. Qualcun altro ce lo avrebbe, ma sarebbe sottodimensionato in riferimento alla superficie dell’area in utilizzo. Eppure tutti continuano a lavorare ed evidentemente a inquinare come ha fatto la Pamar.

Perché a qualcuno vengono messi i bastoni fra le ruote e ad altri no? Inquina l’uno e inquinano gli altri a voler essere pignoli. Tutti sotto sequestro allora. Senza contare la contraddizione delle contraddizioni. Da settimane si sta procedendo allo smantellamento dei mezzi contenuti all’interno della Norman Atlantic.  Com’è possibile vedere nelle immagini che pubblichiamo. Camion e altri veicoli vengono tagliati e distrutti sulla banchina in riva a al mare. Mare in cui finisce qualsiasi scarto, anche tossico, di quella lavorazione. Il sequestro del cantiere della Pamar, inoltre, crea un altro disagio a più di ottanta diportisti, che hanno in quell’area depositata la propria barca per lavori di manutenzione. Confidiamo che sulla vicenda si faccia chiarezza, a meno che non si proceda a cambiare la scritta che campeggia in tutte le aule di Tribunale, passando da: “la legge è uguale per tutti”, a “la legge dovrebbe essere uguale per tutti”.

 

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