La Sanità italiana continuamente sotto l’occhio del ciclone e ridondanti promesse di lavorare per migliorarla. Intanto, la situazione sembra peggiorare: medici sotto pressione e ignari cittadini alla mercè di tagli governativi sempre più incisivi che vanno a indebolire un tessuto sociale già tanto “segnato”. Nonostante il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, affermi il contrario. Ne parliamo con il Dottor Paolo Giannini, neurologo e dirigente Asl, costantemente in prima linea per garantire a chiunque il diritto primario alla Salute.

Medicina Generale, Pediatria di Libera Scelta, Distretto Socio-Sanitario, Servizio sociale e Ambito Sociale, Dipartimento di Salute Mentale, Neuropsichiatria Infantile e dell’Adolescenza, Dipartimento delle Dipendenze Patologiche e Dipartimento di Medicina Fisica e Riabilitazione rappresentano le attuali articolazioni del Sistema delle Politiche della Salute sul Territorio. Ambiti delicatissimi sulla cui funzione e fruizione bisogna riflettere attentamente, poiché, insieme all’ospedale, rispondono al bisogno di salute, modernamente intesa,  come “qualità della vita”.

Si sente spesso parlare di “gestione dell’ammalato complesso”, di che si tratta?

Il bisogno dell’ammalato è “complesso”. E queste realtà istituzionali, maglie di un’ampia rete territoriale, devono, per quanto di propria competenza e in collaborazione con le altre, agire per la comprensione del problema e la condivisione della soluzione. Il mancato raccordo tra le suddette realtà o, ancora peggio, l’inadempienza ai propri doveri professionali e istituzionali, anche di una sola di esse, può compromettere il raggiungimento dei risultati attesi e, in taluni casi, esporre gli operatori a situazioni pregiudizievoli anche per la stessa vita.

Un riferimento al caso della Dottoressa Paola Labriola, psichiatra uccisa il 4 settembre 2013?  

Sì, e in tal senso vorrei riportare il pensiero del marito di Paola, il dottor Vito Calabrese, psicologo presso un Servizio di Salute Mentale. Il fatto che la formazione di operatori come psichiatri, neurologi e psicologi non preveda un periodo di tirocinio sul territorio e che non vengano affatto coinvolti nella formazione, nonostante il loro bagaglio di anni di esperienza sul campo, è gravissimo. Allora va detto chiaramente che l’attuale formazione professionale, ad ogni livello, non è adeguata a rispondere a tale complessità. Per cui,  al medico, all’infermiere, all’assistente sociale, all’educatore professionale o a qualsiasi altra professionalità di settore, non vengono fornite adeguate competenze, dal punto di vista dei singoli profili, del lavoro in team e della gestione della multidimensionalità. Inoltre, e con grande rammarico, mi preme sottolineare l’inadeguatezza anche della formazione scolastica che non fornisce alcuna competenza in questa direzione, ma persevera nell’accentramento del successo del singolo a scapito del gruppo.

Quali le possibili soluzioni?

Solo lavorando sul rafforzamento e la valorizzazione del senso civico di ogni cittadino, con i propri doveri e le proprie responsabilità nei confronti della comunità, si può mirare ad una qualità della vita sana e soddisfacente. Laddove lo stato di Polizia, i pulsanti di allarme o le guardie giurate divengono solo dei deterrenti nei confronti di coloro che pensano di  arrogarsi con la violenza il rispetto di paventati diritti. Sarebbe dunque utile attivare tempestivamente percorsi di riqualificazione professionale che formino in maniera concreta gli operatori della rete. Avvalendosi dell’aiuto di esperti di settore, lavorando direttamente su casi reali e simulati che facciano emergere le criticità, promuovendo contestualmente una supervisione periodica per monitorare l’andamento futuro.

Quindi si tratterebbe di una riqualificazione a 360°.

Sì, certo. Una riqualificazione professionale che coinvolga tutti, finanche gli operatori del mondo della scuola e dell’università. E che preveda l’introduzione, massiva e profonda, delle Didattiche Attive a Piccolo Gruppo, Problem Based Learning. Partendo innanzitutto dalla strategia didattica, scientificamente efficace, finalizzata all’acquisizione delle competenze del lavoro di Rete e delle competenze che sostengono l’autoapprendimento. Quest’ultimo, ridurrebbe al minimo l’analfabetismo di ritorno, tragico male che affligge, oggi, la nostra realtà sociale ad ogni livello.

E i “collaudati” ECM?

Una farsa, insieme a tutto “il carrozzone dell’accreditamento”. Un tipico esempio dell’approssimazione italiana quando deve trattare questioni rilevanti. La riflessione riguarda anche la poca incisività degli ordini professionali che, con lo Stato, sono chiamati a dare il loro contributo, con propri esperti e propri fondi, per avviare tale processo di riqualificazione. Insomma, seri e periodici esami che riconfermando l’abilitazione degli operatori, diventino la base sicura del benessere per ogni cittadino. Il mio impegno è finalizzato proprio a questo: lavorare per migliorare la qualità della vita delle persone, della loro salute, possibilmente a casa loro e non in ospedale.

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