«Spero vivamente che Giovanna sopravviva. In ogni caso, però, credo che la sua storia sia una sconfitta per tutti. Sentir dire dal medico che ti ha in cura in ospedale di scappare in un altro centro come avrebbe fatto se al suo posto ci fosse stata sua madre, mi ha scosso profondamente». Saverio Cantacessi, 65 anni, è di Adelfia come Giovanna, ricoverata in Rianimazione agli Ospedali Riuniti di Ancona dopo essere stata condannata a morte al Policlinico di Bari. Il chirurgo, infatti, parlando con la figlia della donna, il genero e il marito, già il 26 maggio scorso aveva escluso la possibilità di sottoporla al trapianto perché non ci sarebbero state le condizioni per eseguire una gastroscopia, esame che la paziente ha dovuto fare due volte ad Ancona in condizioni ben più gravi.

Le incongruenze conenute nel comunicato del Policlinico, con le niente affatto convincenti spiegazioni sul caso di Giovanna, aumentano i dubbi e la rabbia dei familiari. Il pensionato adelfiese, come Giovanna, è stato sottoposto a un trapianto di fegato, a Modena. Era il 2013. Il medico di Sannicandro di Bari che lo aveva in cura, anche in quella circostanza suggerì al paziente di “scappare” altrove. Il calvario del signor Cantacessi è stato più lungo di quello di Giovanna. Tutto iniziò con qualche linea di febbre solo la sera per alcuni giorni di seguito. A quel punto le analisi e il vedetto. Dal 1999 a oggi, per sopravvivere e sottoporsi alle cure necessarie a Modena, il trapiantato adelfiese ha dovuto vendere una proprietà immobiliare.

«Ho deciso di parlare – spiega Saverio Cantacessi – perché voglio dire che spesso le malattie del fegato sono asintomatiche. Fate gli esami del sangue almeno una volta l’anno. Per sopravvivere bisogna agire in tempo. E poi non fermatevi al primo parere quando vi dicono che ormai non c’è più niente da fare, andate oltre perché in Italia ci sono diversi centri d’eccellenza. Purtroppo non ho ancora sentito di una diffusa emigrazione al contrario. Non sono tante le persone che da Pisa, Modena, Ancona, Torino, Milano, Pavia, sedi di centri di eccellenza, vengano a Bari per farsi operare».

In discussione, nella storia di Giovanna e nelle decine che sono pervenute in redazione dopo aver sollevato il caso della 57enne di Adelfia, c’è anche il rapporto tra medico e paziente e l’operatività dei reparti. «Non sono mai stato sedato quando sono stato sottoposto agli esami necessari – continua Cantacessi – ero sereno perché medici, ausiliari e infermieri avevano sempre una parola di conforto per me. Per loro ero una persona con dei problemi e quindi fragile, non un posto letto. Intervenivano tutte le volte che ne avevo bisogno, senza dover alzare la voce come succede purtroppo al Policlinico o nei tanti ospedali del Sud in cui sono stato a causa della mia malattia. Senza contare che, a differenza di quanto denunciato da Giovanna, a Modena non esiste sabato e domenica, Natale o Capodanno, soprattutto quando si ha a che fare con casi particolarmente gravi. Spero con tutto il cuore che il tempo perso a Bari non si riveli fatale».

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2 COMMENTI

  1. Ho vissuto una vicenda che ha delle analogie con quella della signora Giovanna anche se non ho avuto bisogno del trapianto di fegato. Il 2014 per un problema di ascite sono stato ricoverato, tra l’altro, presso la Gastroenterologia del Policlinico di Bari. Dopo circa quattro settimane – oltre a due a ricoveri successivi richiesti quasi esclusivamente per effettuare una paracentesi evacuativa per volta, prestazione che, altrimenti, “pare” che presso il medesimo Policlinico di Bari non si possa erogare in regime ambulatoriale – sono andato presso la Gatroenterologia del Policlinico di Modena. Lì soli cinque giorni mi hanno effettuato tutti i controlli compresa la biopsia epatica intragiugulare, che a Bari non avevano fatto (forse perché non ne hanno le competenze?), sottoponendomi anche a due paracentesi evacuative; dopo altri due giorni mi hanno operato e dopo tre giorni di osservazione sono tornato a casa. Sono tornato a fare la stessa vita che facevo prima riprendendomi anche i 30 chili circa che durante i mesi di calvario in Puglia avevo perso.
    Ma il Policlinico di Bari (nelle persone dei suoi dirigenti e di chi li nomina) ha tanto interesse per mantenere al loro sacro ed inviolabile posto “certi” medici primari che fanno fare queste “linde figure” alla struttura tutta (per restare nell’ambito dell’immagine dell’azienda ospedaliera e non sfociare in questioni innominabili come la sacralità della vita e della salute umana) oltre che contribuire alla pessima nomea della sanità pugliese e meridionale?
    Cordiali saluti.
    Francesco Stella

  2. NELL 1984 DENUNCIAVO IN TUTTA ITALIA CHE ALL’OSPEDALE DI BARI NON SONO COMPETENTI E MALTRATTANO I PAZIENTI MIO PADRE OPERATO AD UNA FRATTURA AL FEMORE DOPO 15 GIORNI E MORTO CON LAMENTI PER IL DOLORE ALL’OPERAZIONE AL FEMORE APPENA OPERATO GLI DIEDERO LA NOTIZIA CHE AVEVA UN TUMORE AI POLMONI NON CURANTI DEL RISVEGLIO DELL’ANESTESIA CON GRIDI E URLI IO TELEFONAI SUBITO DOPO E MIO PADRE URLAVA DAL DOLORE LA CAPOSALA MI DISSE DI PORTARLO VIA SUBITO CHE NON C’E’RA NIENTE DA FARE DOPO 15 GIORNI E MORTO AL POLICLINICO DI MESSINA ECCO QUESTO E QUANTO , HO LE PROVE CHE SONO DEGLI INCOMPETENTI E PRIMA O POI SI PENTIRANNO AMARAMENTE DELLE LORO AZIONI.

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