Dopo l’aggressione subita lunedì scorso da Leo, omosessuale 38enne, abbiamo deciso di tornare a Polignano, cittadina accogliente. Abbiamo sentito le associazioni di genere e il sindaco Domenico Vitto. Siamo tornati sul luogo del delitto, fisico e culturale, il 4 luglio, giorno in cui a Foggia sfila l’orgoglio gay. Nessuno si senta offeso, nessuno si senta escluso. A Leo, durante il pestaggio, è stato dato del “ricchione di merda”. Siamo andati a provocare gli uomini di tutte le età, dando loro del “ricchione”, così, gratuitamente, senza una logica, nel segno di quell’idiozia e pregiudizio che ancora guida le menti di tanti italiani.

Nessuna analisi sociologica sull’essere omosessuale, ma il vecchio strumento del telestrada. Le interviste alla gente comune spesso ti danno la possibilità di avere il polso della situazione. Abbiamo baciato sconosciuti, dato pacche sul culo e chiamato gay chi aveva l’orecchino o il maglionicino sulle spalle; chi per timidezza ci ha preso la mano mentre gli facevamo le domande; chi fumava la sigaretta in un “certo modo”, e ancora a georgiani e inglesi, polignanesi, abruzzesi e milanesi. Tutto il mondo è paese, l’Italia forse ancora no, almeno non del tutto.

Ed ecco la nostra campagna culturale. Quando salutate un amico, non dategli del ricchione, anche se pensate di usare l’accezione affettuosa. Quanto dovete aggredire qualcuno, magari se vi ha tagliato la strada al semaforo, non ditegli: “sei proprio un ricchione”. Quando dite di essere “normali”, non prendete un ricchione come primo termine di paragone per giustificare la vostra apparente normalità. Evviva la diversità, evviva la libertà di poter essere sé stessi sempre e comunque.

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