Le lacrime scivolano lente dagli occhi alle tempie. Ogni millimetro che percorrono è un pensiero bagnato da mille ricordi e dalle frasi senza speranza dei medici, che a Bari si sono rifiutati di sottopormi al trapianto del fegato. Lacrima su lacrima penso anche al fatto che a 500 chilometri di distanza, agli Ospedali Riuniti di Ancona, altri medici – quelli che mi hanno sottoposto all’intervento – mi rincuorano dopo essere stata a un passo dall’altro mondo: “Sei sulla strada giusta, siamo fiduciosi”.

Mi sono svegliata alle 12 di sabato scorso. È come rinascere per la seconda volta. Sono ancora in rianimazione perché in queste circorstanze tutto può cambiare da un momento all’altro. D’un tratto le lacrime si asciugano e sento tirare la pelle. Non posso grattarmi perché non riesco ancora a muovermi. Lo prendo come il segnale che devo smettere di pensare e concentrarmi sulla lotta per la vita. C’è da tossire e rimettersi in forze. Non sarà facile, ma nessuno ha mai detto che sarebbe stata una passeggiata, anche quando il chirurgo a Bari mi disse che nessuno avrebbe mai azzardato a farmi la gastroscopia.

Una delle lacrime correva più veloce delle altre. Ho capito che dentro c’era tanta rabbia. Credo sia normale. Nelle ultime fasi della sedazione mi hanno raccontato della visita della Commissione ministeriale sui trapianti, perché al Policlinico vorrebbero fare più interventi. Non potevo credere alle mie orecchie, poi mi hanno detto che è tutto vero.

A molti della mia storia non interessa un fico secco. Ritengo, però, che debba essere raccontata perché nessuno possa più giocare a fare Dio, indipendentemente da quale possa essere la ragione che spinge un medico a decretare la morte senza appello di un paziente. Non è giusto che se scegli di farti curare a Bari non debba avere le stesse opportunità di chi è stato meglio consigliato e alla fine ha deciso di andare a Modena, Ancona, Milano, Pavia, Torino o in qualsiasi altra parte d’Italia. Peccato che tra i centri consigliati dalla magggior parte dei trapiantanti non ce ne siano a Palemo, Reggio Calabria, Napoli o in qualsiasi altra grande città del sud. Non è demagogia, credo sia piuttosto il frutto di anni e anni di mala gestione, di un sistema che inghiotte tutto e tutti, anche i professionisti validi.

Tanta gente vuole sapere, scrive al giornale. Sono commossa. Un’altra lacrima. Qualcuno chiede persino a me un consiglio. Come potrei darne. Al risveglio non sapevo neppure che fossi stata trapiantata. Pensavo di essere agli scoccioli, intubata e sotto la coperta termica prima di andare al creatore. Continuano ad incoraggiarmi tutti, ognuno come ritiene più utile. Non riesco ancora a parlare e allora mi aiuto con i movimenti degli occhi e del viso. Mia figlia dice che mi capisce. Un sollievo. L’ultima lacrima – grazie al cielo non le ho ancora versate tutte – volevo dedicarla al Policlinico di Bari. Non si è fatto avanti nessuno, anche solo per smentire ciò che sto scrivendo da alcuni giorni. Mi hanno insegnato ad ammettere gli errori, a superare l’arroganza. Credo sia il primo passo verso una sanità migliore, capace di mettere al centro di tutto l’uomo e non i conti.

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