Grazie, ve lo dico con l’affetto sincero che può avere una maestra nei confronti dei suoi piccoli. Non avrei mai immaginato che la lettera di una persona qualunque potesse avere tutta questa considerazione in ogni parte d’Italia. Oggi ho capito cosa significa dire a qualcuno: “Faremo di tutto”. L’ho capito quando un medico stimato, uno che potrebbe guardarti dall’alto, è entrato in stanza e mi ha fatto mettere un mucchio di firme per l’autorizzazione al trapianto di fegato. Prima di andare via mi ha regalato la penna con cui avevo firmato, perché avessi il ricordo dello strumento con cui ho messo gli autografi più importanti di sempre. La mia prima battaglia dopo la fuga dal Policlinico di Bari ad Ancona l’ho vinta. Un piccolo passo in avanti.

Sono stata inserita nella lista d’attesa d’urgenza. Significa che seppure dovesse arrivare un fegato ammaccato, ma trapiantabile, sarò comunque sottoposta all’intervento. Certo, non è facile pensare che potrei vivere perché qualcuno è morto, ma nessuno di noi è padrone del suo destino. Possiamo solo aiutarlo a compiersi. Chissà cosa sarebbe stato di me se non fossi riuscita ad arrivare all’ospedale Torrette di Ancona, accompagnata da quattro angeli.

In 48 ore hanno fatto davvero il possibile, secondo il mio punto di vista anche l’impossibile: gastroscopia e colonscopia – quelle che avevano rifiutato di farmi a Bari, condannandomi a morte – emogas, ecografia, tac alla testa, ecodoppler, poi sono venuti in camera a farmi altri raggi. Non ho chiesto cosa fossero. Collaboravo e basta. C’era poco da chiedere. Qui si lavora anche di sabato, la domenica se serve, quando si ha a che fare con qualcuno che lotta tra la vita e la morte.

Per tre sabati e tre domeniche a Bari continuavano a dirmi che la mia situazione era drammatica, ma non hanno fatto neppure il possibile. Anche qui l’eco avrei dovuto farla lunedì, poi è cambiato tutto. Ho parlato con il chirurgo, l’infettivologo, il gastroenterologo. Nessuno di loro mi ha mai detto che sono appesa al filo della speranza e della preghiera. Mi hanno sempre regalato attenzioni e sorrisi: Signora come sta? Se le tocco qui le fa male? E qui? Adesso facciamo questo esame, poi quest’altro. Certo, poi parlano con mia figlia e mio marito. A loro dicono come stanno le cose.

Per i medici di Bari ero spacciata, sarei potuta morire a letto senza lottare. Ho paura, tanta una paura, ma grazie al cielo non sono sola a combattere questa guerra. L’ansia mi sta divorando, adesso c’è solo da attendere. Pazientemente. Piango perché posso essere trapiantata, fino a tre giorni fa piangevo perché mi era stato detto che non c’era più niente da fare per me. Potrei morire sotto i ferri, potrei non superare la fase post operatoria o avere un rigetto. Ho 57 anni, mica non lo so. Per ora sono qui, attaccata alla vita con tutte le forze che ho in corpo. Non sono tante, ma le ho concentrate tutte verso l’obiettivo.

Vi abbraccio tutti, con la speranza di potervi dare buone notizie. C’è un altro modo di dedicarsi agli altri e fare per loro tutto il possibile, rispetto allo shock vissuto nei 20 giorni di ricovero al Policlinico di Bari. Fare di tutto significa dare l’anima e il corpo a qualcuno, sottrarsi ai propri affetti, rinunciare a ciò che avevamo programmato, prendere per mano chi ha il fiato troppo corto per chiedere aiuto e nelle tue mani ha deciso di mettere ogni speranza di essere ascoltato. Pregate per me, io vi porto nei miei pensieri.

 

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