«Le manderò una nota scritta verosimilmente nella giornata di martedì, ho fatto delle verifiche e ci sono anche altri dipendenti che superano la soglia delle malattie. Naturalmente noi su quelle cose non possiamo intervenire, non facciamo anche visite mediche». Così Matteo Colamussi, direttore generale e presidente delle Ferrovie Appulo Lucane. Qualche giorno dopo la nostra intervista in cui abbiamo sollevato molti dubbi su quanto accade all’interno dell’azienda.

Intanto alcuni esponenti di partiti politici contrapposti ci hanno chiesto i dcumenti di cui siamo entrati in possesso. Nelle intenzioni c’è la volontà di portare la questione in Parlamento per evitare che dopo “l’effetto Incalza” tutto torni a girare al contrario.

In questa vicenda non è in discussione solo il superamento dei limiti delle malattie previsti dalla legge di uno o più dipendenti, ma più in generale una prassi, quella di alcune consulenze e affidamenti diretti, non solo come nel caso dell’incarico di responsabile dei lavori dato alla moglie dell’onorevole di Forza Italia, Nuccio Altieri, di Rutigliano come il presidente Colamussi.

I dubbi sono tanti e riguardano diverse attività e dinamiche aziendali. Nei prossimi giorni continueremo a sollevarli, portando alla luce documenti molto, molto interessanti. Abbiamo chiesto al presiente-direttore generale, per esempio, anche notizie sulla dipendente sotto processo perché scoperta a timbrare per i colleghi e oggi impiegata nell’ufficio personole della sede di Potenza. Colamussi non si è titato indietro – lo ringrziamo – confermandoci che risponderà per iscritto, quasi certamente martedì. Anche l’onorevole Altieri dovrebbe rispondere, perché l’affidamento dell’incarico a sua moglie – seppure nei termini previsti dalla legge – non può passare sotto silenzio. Tra le altre cose abbiamo persino letto di alcune pressioni sindacali, al limite del ricatto, affinché certe cose vadano come devono andare. Il livello di parentele e amicizie è preoccupante.

Riunioni nelle stanze dei bottoni unite al tentativo di lavare i panni sporchi in casa, mettendo con le spalle al muro i sospettati. A guardare bene, sospettati di che? L’apparenza non porta mai buoni consigli e spesso il sussulto di dignità matura nel cuore degli insospettabili; di quanti, fino a quel momento, avevano contribuito a generare il sistema.

Ciò che ci preme sapere, più in generale, è l’impianto di certe assunzioni, su tutte quella di Michele Corvino, figlio del direttore del personale Aldo Corvino. I due, come fosse la cosa più normale al mondo, lavorano persino nella stessa struttura. In un altro paese basterebbe questo per prendere provvedimenti, per indignare e rimediare. Il padre, direttore del personale, controlla e gestisce le presenze del figlio, il più grande assenteista di tutta l’azienda, nel 2014 presente meno di un terzo dei giorni lavorativi. Un dipendente qualunque nella stessa situazione avrebbe certamente ricevuto un altro trattamento.

In azienda, come avevamo previsto, è scoppiata la caccia alla talpa. Viviamo un déjà vu. Una situazione già vista e attraversata in passato nelle storiacce del 118 e del Teatro Petruzzelli, del Porto di Bari e di Telenorba, solo per citare qualcuno dei filoni aperti dal ilquotidianoitaliano.it negli ultimi due anni. Ci sono dipendenti terrorizzati, quelli ai quali dalle busta paga viene tolta anche una sola ora di assenza. Ci sarebbe piaciuto assistere alla corsa alle risposte. Le Fal stanno in piedi coi soldi pubblici. La trasparenza è una questione primaria e, se necessario e pur non essendo stato commesso un reato, per un atto morale e di pari opportunità, figli e padri dovrebbero fare un passo indietro, anche solo per evitare l’idea che la cosa pubblica sia una questione di famiglia.

 

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