Molti dei giornalai di Bari sono scesi in piazza stamattina per protestare contro la liberalizzazione della vendita della stampa, decisa dall’attuale governo in controtendenza con quanto proprsto dal governo Letta.  Tante volte, in tono dispregiativo, chiamano “giornalai” noi giornalisti, come se potesse essere offensivo dire a una persona che fa un lavoro, che ne fa un altro di tutto rispetto. Ciò non di meno, I giornalai, quelli veri, devono fare i conti oggi dapprima con la crisi, come tutti, e poi, in più con la liberalizzazione della vendita della stampa, che permetterò la vendita dei giornali anche in esercizi commerciali diversi dalle edicole. Contro questa norma, il Sinagi ha dichiarato lo stato di agitazione della categoria, stabilendo una serie di otto giornate di chiusura per sciopero, la prima proprio oggi.

Di seguito, il comunicato emesso dalla Sinagi, che illustra nello specifico la situazione.

Come già anticipato in data 12 novembre, il Sinagi (Sindacato Nazionale Giornalai d’Italia) ha dichiarato lo stato di agitazione della categoria decidendo anche un pacchetto di 8 giornate di chiusura, la prima delle quali è stabilita per lunedì 1° dicembre dalle ore 8 del
mattino a fine giornata.
Il Governo Letta aveva presentato un disegno di legge collegato alla legge di stabilità del 2013, DDL faticosamente raggiunto dopo mesi di discussioni a tutti i livelli.
L’attuale Governo non ha ancora inteso mantenere gli impegni che il precedente aveva assunto, nel riconfermare la validità delle norme contenute nel decreto legislativo 170/2001.
Non ci si lamenti se poi i cittadini e le loro Organizzazioni, vedono la politica, come luoghi lontani dalla realtà, e se ne allontanano come è successo alle recenti elezioni regionali.
Quando si parla di liberalizzazione della rete di vendita, senza alcuna regola o limitazioni, mantenendo però l’obbligo della parità di trattamento, si delinea con chiarezza la volontà politica di annientare un’intera categoria, di promuovere il fallimento di migliaia di micro aziende e di mandare sul lastrico un numero ancora più elevato di famiglie, oltre a ridurre la funzione dei giornali quotidiani e periodici da strumento di informazione pluralista, e
quindi un “bene comune”, a mero prodotto commerciale.
Va da sé che una eventuale liberalizzazione della rete di vendita metterà immediatamente in discussione l’attuale obbligo di parità di trattamento per tutte le testate quotidiane e periodiche.
Inoltre, si sono già avviate le procedure per trasmettere una segnalazione/denuncia alla Comunità Europea affinché
venga accertato se il finanziamento pubblico erogato agli editori di quotidiani e periodici sia in linea con le normative europee, oppure se trattasi, di fatto, di un aiuto di stato, a fondo perduto, al singolo editore.
Anche in questa occasione, siamo costretti a denunciare la totale indisponibilità da parte della Federazione Editori, a rinnovare un accordo Nazionale, scaduto da ormai 5 anni.
A nulla è valso avanzare proposte, richiedere ripetutamente incontri, offrire disponibilità per ridisegnare un contratto totalmente diverso e al passo con i tempi, rispetto a quello scaduto da 5 anni.

Da parte editoriale il nulla, silenzio assoluto, intanto quasi dodicimila edicole su quarantamila, hanno chiuso per sempre, e nonostante le denunce continue, nel totale disinteresse di tutti.
Questa è la strada che la categoria è costretta a percorrere di fronte alla evidente volontà del Governo e del mondo editoriale di cancellarla completamente.
Invitiamo i giornalisti, le redazioni e i direttori, che hanno ignorato il precedente comunicato stampa, a riflettere
prima di ignorare anche il presente comunicato, riflettere non solo sul ruolo della stampa di informare, ma sul senso della democrazia dell’informazione, e di come senza le edicole, anche la loro funzione, verrebbe cancellata del tutto, lasciando l’informazione scritta, nelle mani di pochi potenti.
Vedere i giornalisti accanto agli edicolanti in questa battaglia, sarebbe un bel segnale di democrazia.

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