Da qualche settimana ci stiamo occupando della presenza Rom a Bari. Il caso del campo a ridosso di via Tatarella (non) sgomberato da 220 uomini tra carabinieri, poliziotti e vigili urbani, ha fatto il giro d’Italia. Qualcuno ci ha pure scherzato su. La comunità Rom, con tutti i suoi problemi, è ancora là. Accanto alla strada su cui sfrecciano decine di migliaia di auto al giorno.

Non lontano dal campo, ben nascosto dalla vegetazione, da otto anni vive una coppia di baresi. In tanti, all’Ipercoop di viale Pasteur avranno visto la loro casa: una roulotte vecchia e sgangherata, che un tempo ospitava i migranti nella roulottopoli all’interno dell’aeroporto militare a Palese. Giuseppe ha 60 anni, una vita travagliata e un rapporto complicatissimo con i “vicini di casa” Rom. Giuseppe e la sua compagna hanno subito il furto di una macchina, degli attrezzi da lavoro, di tre cani. Un plico di denunce senza seguito, sfociate spesso in giustizia personale attraverso l’uso di spranghe e blitz punitivi. Andiamo da Giuseppe per un errore, lo stesso in cui incappavano – ora un po’ meno – anche le forze dell’ordine: scambiare la sua “casa” per un campo Rom. Abbiamo pubblicato le foto della sua roulotte sistemata sotto il ponte, così siamo andati a conoscere quel “Rom”, scoprendo che in realtà si trattava di Giuseppe.

All’inizio ci invita ad andar via, poi ci offre il caffè, che rifiutiamo “perché lo schifiamo”, dice lui. In realtà perché il collega ne ha già presi due e io non ne bevo affato. Alla fine si offre di farci da guida e di accompagnarci al campo, invitandoci per le prossime volte a interpellare le forze dell’ordine: “Perché quelle non sono persone come noi”. Nel frattempo tocchiamo con mano la tensione di un rapporto che rischia di esplodere da un momento all’altro. Chiacchierando la diffidenza diventa pian piano fiducia. L’unica richiesta di Giuseppe è quella di non rendere riconoscibile la sua faccia. Ha paura di ripercussioni nei confronti della compagna, quando lui va fuori per lavoro. È un elettrotecnico, ma fa anche il giardiniere – a nero – non può fare diversamente. Una condizione di disagio, anche perché i professionisti per i quali spesso lavora non lo pagano quanto dovrebbero: “Non poso denunciarli, purtroppo”.

In due ore cambia tutto, tanto da da entrare a casa sua: il “campino” . Televisori, carica batterie dei cellulari, monitor e pc, c’è di tutto e aggiusta tutto. “Se passa dalle mie mani – dice fiero – torna a funzionare qualsiasi cosa”. Parliamo finoa ad arrivare allavera richiesta. “A me bastano le mie mani, ho ancora la forza per lavorare – sussurra rassegnato – Non voglio niente, solo la residenza qua, per sperare di avere la luce, l’acqua, il gas, tutte le cose che servono per vivere come chiunque altro”. Se qualcuno può offrirgli un lavoro, poi, tanto meglio. “C’è solo una cosa che non faccio, rubare”, sottolinea mentre ci accompagna alla porta offrendoci nuovamente il caffè per capire se lo schifiamo ancora.

Nel video il racconto di questo incontro straordinario, che apre la strada a molte riflessioni, tanto tra i sostenitori dell’integrazione a tutti i costi, quanto tra chi vorrebbe rispedire a calci in culo chiunque non sia italiano.

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