Il futuro del Distretto del Salotto pugliese? Un buco nero in fondo al tram. A Roma è stata rinviata, sine die, la riunione ministeriale  con la  cabina di regia che dovrebbe vigilare sull’accordo di programma per il rilancio del Salotto murgiano. E I sindacati hanno proclamato uno sciopero per il 22 luglio.

Utile dunque fare quattro passi in quel che resta dei salottifici. I numeri sono impietosi. Oggi, luglio 2014, si contano 90 salottifici, duemila e cinquecento i dipendenti, 500 milioni il fatturato. Nel 2010 si contavano 125 imprese e seimila unità lavorative. Invece a fine 2003 le imprese erano 534, gli addetti alle lavorazioni 14 mila, il fatturato di 2,4 miliardi di euro: il 55% della produzione italiana,l’11% di quella mondiale.

Viaggiando dentro e fuori città , paesi come Altamura, Santeramo, Cassano Murge, Acquaviva delle Fonti, Gravina, Poggiorsini, Laterza ci si imbatte nella scia urbanisticamente abusiva di capannoni in cemento armato inutilizzati o sotto sequestro giudiziario o incendiati. Scarti edilizi e industriali di un miracolo economico che ha baciato un territorio a vocazione agricola e pastorale. Fatto esplodere consumismo, finto benessere e manomissione di ambiente e paesaggio. Eclissato nel giro di pochi anni: dal 1989 al 2002.

D’altronde l’ideazione e messa in opera di divano e poltrona è intrapresa a basso contenuto tecnologico. Imitabile da qualunque concorrenza. Made in China e, da ultimo, made in India o Paesi balcanici. Pertanto un ciclo produttivo terminale, con destino segnato. Visto che non possiede il ricercatissimo vantaggio inimitabile.

Durante gli anni del boom commerciale non è stata creata una scuola di alta formazione per il “Salotto”. Nessun centro ricerche e innovazione del comparto arredo e legno. Primeggia, e ha dominato, la logica di ognuno per sè e relativa cerchia parentale. Ovvero il familismo amorale ben analizzato da Edward C. Banfield nel libro Le basi morali di una società arretrata, Il Mulino 961. Protagonisti, a loro insaputa, del ceto meridionale degli arricchiti: la villa di cattivo gusto al mare, macchina blindata per fare 50 chilometri al giorno su strade non asfaltate, lo sposalizio con minimo 700 invitati, rubinetti d’oro nel triplo bagno di casa ma incapaci di leggere le istruzioni di funzionamento, la barca comprata per farla solo vedere agli amici e conoscenti invidiosi, uno che acquistò la Cadillac (90 mila dollari) e andò a sfracellarsi sopra un muretto a secco poichè l’automobile era computerizzata e sbagliò nel pigiare il tasto giusto, quell’altro che dilapidò un mucchio grande di quattrini in sedute spiritiche e viaggi a Montecarlo e San Marino causando la chiusura, per debiti, del suo stabilimento.

Imprenditori e affaristi travolti prima dall’avvento dell’Euro (eliminò la comoda tecnica di svalutazione della lira che rendeva la merce italiana competitiva) e poi il deprezzamento del dollaro. Giusto un paio di anni fa ad Altamura si compie la visita del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Solo un pugno di operai, nove, rappresenta con forza consapevole al Capo dello Stato la crisi irreversibile dei Salottifici e il dramma di una vita senza futuro.

E gli altri dipendenti e collaboratori del Distretto murgiano? Bazzicano nel limbo della cassa integrazione ordinaria e straordinaria, della cosiddetta “mobilità” che precipita nell’inoccupazione nel lavoro sottopagato.

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