La predilezione per san Nicola fu normale dal momento che Mira si trovava su un tragitto spesso seguito dalle navi baresi dirette in Siria, per cui non era necessario organizzare una particolare spedizione, dal momento che poteva essere inclusa in un’abituale operazione commerciale. D’altra parte, dove giacevano le spoglie di san Nicola, ormai infuriavano i Turchi, e pertanto i Baresi non potevano essere incolpati di averlo rubato i cristiani d’Oriente.

Agli inizi del 1087, tre navi colme di frumento salparono come al solito alla volta della Siria. Lo storico Niceforo, afferma che l’impresa fu voluta da alcuni saggi e stimati cittadini baresi che misero a disposizione le loro imbarcazioni. Mentre la leggenda di Kiev, testo russo del 1094 circa, riferisce che l’ispirazione venne ad un santo prete barese il quale in una visione notturna gli sarebbe apparso san Nicola, domandandogli di riunire il clero ed il popolo della città e di informare loro del suo desiderio di venire a dimorare nella città di Bari.

Giovanni Arcidiacono, uno dei due redattori baresi della Translatio, riferisce che circa ottanta marinai, commercianti e schiavi (il numero 62 si riferisce ai partecipanti con diritti civili) salparono per il porto di Antiochia dove si recarono per vendere i loro prodotti. In questa città vennero a conoscenza che anche dei mercanti veneziani valutavano l’opportunità di rapire le reliquie di san Nicola. I Baresi allora accelerarono le operazioni commerciali e con le loro tre navi approdarono al porto di Andriake. Una quindicina di uomini rimasero sull’imbarcazione con i rematori, mentre gli altri 47 si inoltrarono per quasi due chilometri all’interno, giungendo alla chiesa che custodiva le spoglie di san Nicola. In quel luogo trovarono quattro monaci bizantini, ai quali domandarono del myron, il liquido che si formava nella tomba del Santo, mentre altri si misero a pregare, dando l’idea di un gruppo di pellegrini. Alla fine i Baresi svelarono il loro intento che era quello di mettere in salvo le reliquie dall’occupazione turca e che erano disposti anche a pagare. Dapprima i monaci replicarono che il Santo non aveva mai acconsentito a nessuno di portarlo in altro luogo ma quando i Baresi tirarono fuori le armi nascoste sotto i loro mantelli, uno dei monaci raggiunse la porta per andare ad avvisare i Miresi di quanto stava succedendo, ma fu subito bloccato. Intervenne, a quel punto un altro monaco, che rivelò dove giaceva il corpo di san Nicola. I Baresi si accorsero che la tomba era proprio in corrispondenza dell’apertura da cui veniva presa la manna.

Iniziarono perciò a dare delle picconate per aprire la tomba e il giovane Matteo spaccò la lastra del sepolcro e immergendo le mani nella manna che lo riempiva, tirò fuori le spoglie del Santo. Un evento miracoloso si verificò in quel momento: tra i Baresi c’erano anche due preti, Lupo e Grimoaldo. Quest’ultimo aveva deposto su una colonna una bottiglietta di manna e un gesto incontrollato la fece cadere, ma non si ruppe. L’evento fu inteso come un segno benevolo da parte del Santo di quanto essi stavano realizzando.

Così Matteo prese le reliquie porgendole ai due preti che baciandole, le collocavano in un tessuto. Qualcheduno tentò di afferrare anche una icona di san Nicola, ma gli altri gli suggerirono di rinunciare per non privare del tutto i monaci della presenza del Santo. Raccolte le ossa raggiunsero le imbarcazioni e levarono le ancore. L’equipaggio aveva iniziato a distaccarsi dall’approdo, quando videro giungere i primi Miresi che gridarono di lasciare perlomeno una parte dei resti sacri.

Nella notte giunsero alla vicina isola di Kekowa e all’alba ripartirono, arrivando all’isola di Megiste. Durante il viaggio in mare aperto, il cattivo tempo ostacolò la navigazione e per questo furono obbligati a ripiegare in direzione di Patara, ma essendo ancora troppo vicini a Mira, ripartirono e approdarono nel porto di Perdicca dove iniziarono a pensare che il Santo fosse tutt’altro che d’accordo con la loro impresa. Certi suggerirono perfino di restituire le reliquie a Mira o a Patara, altri avanzarono il sospetto che qualcuno dell’equipaggio avesse rubato dei frammenti delle reliquie. Le voci divennero agitate e iniziarono a incolparsi l’un l’altro. I comandanti delle navi invitarono tutti a giurare sul Vangelo di non aver rubato niente. Cinque marinai ammisero di aver sottratto qualche frammento. All’alba la burrasca era cessata e il vento era divenuto favorevole alla traversata. Navigando rapidamente giunsero nel porto di Marciano. Al risveglio dopo questa sosta, Disigio, raccontò di aver sognato san Nicola, che gli avrebbe detto di non aver paura poiché al termine di venti giorni di navigazione sarebbero giunti a Bari. Dopo aver fatto delle soste per rifornimenti, ripresero il largo. Durante il viaggio un uccellino, che li aveva seguiti sin dal porto di Milo, svolazzava in continuazione intorno all’imbarcazione. Nicola, il figlio del capitano Alberto, stese la mano, chiedendo gentilmente di avvicinarsi. L’uccellino, dopo un po’, andò ad adagiarsi sulla sua mano, dopo di che spiccando il volo andò a posarsi dove erano collocate le reliquie. Alzatosi ancora in volo, accompagnò ancora per alcuni momenti la nave, poi sparì. Dopo varie soste, giunsero a quattro o cinque miglia da Bari e passarono la notte nell’insenatura della costa di S. Giorgio. Al mattino della domenica del 9 maggio 1087 alcune barche si accostarono e vennero a conoscenza della notizia, accorrendo subito ad avvisare i Baresi dell’arrivo delle navi e del sacro carico. A S. Giorgio, le ossa del Santo furono collocate in una cassa di legno rivestita di pregiati tessuti acquistati ad Antiochia e nel pomeriggio di quel giorno, entrarono nella città di Bari mentre la moltitudine si era già accalcata per partecipare a quell’evento eccezionale.

Antonio Calisi

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