Siamo tutti consapevoli della gravità della crisi economico-finanziaria in atto e dell’entità dei sacrifici che tutti siamo chiamati a fare per risollevare le sorti del nostro paese.

Lo sforzo richiesto ai cittadini italiani risulterà  tanto  più sostenibile quanto più chiare saranno le ragioni che lo richiedono e le modalità con le quali ognuno sarà chiamato a contribuire.  Sebbene animati da reale spirito collaborativo, non ci si può esimere, però, dall’evidenziare come la legge, purtroppo, pecchi sotto il profilo della chiarezza oltre che dell’equità.

Infatti,

–          L’art. 13 del Decreto Legge 6 dicembre 2011 n.201 (Decreto Monti “c.d. Salva Italia”) anticipa l’istituzione dell’IMU (l’ex ICI sulle abitazioni), stabilendo l’aliquota base dello 0,76 per cento nonché l’aliquota ridotta dello 0,4 per cento per l’abitazione principale (con abolizione del comodato d’uso); nello stesso tempo viene prevista la rivalutazione delle rendite catastali riservando allo Stato, per il 2012 ed anni successivi, il 50%  del gettito IMU derivante dall’applicazione dell’aliquota base (0,76%), che sarà versato direttamente dal cittadino allo Stato attraverso apposito modello F24 contestualmente al versamento della quota di competenza del Comune.

Nello stesso articolo è altresì sancito che il “maggior gettito” stimato derivante dall’applicazione dell’aliquota di base (comma 17) sulle rendite catastali rivalutate, rispetto a quanto il Comune introitava dall’ICI nell’annualità precedente per gli stessi immobili, è destinato allo Stato, attraverso il ridimensionamento del fondo sperimentale di riequilibrio e del fondo perequativo in misura pari a tale maggior gettito. Addirittura viene chiarito, sempre dal medesimo comma, che in caso di incapienza dei suddetti fondi, il comune deve procedere al versamento nelle entrate del bilancio dello Stato delle somme residue dovute facendovi fronte con risorse del proprio bilancio.

Al riguardo è utile precisare che di tutto il maggior gettito complessivo previsto per l’IMU sul territorio nazionale con l’applicazione di tali aliquote (11/miliardi di euro), solo 2/miliardi restano di competenza dei comuni. Altra questione è rappresentata dall’applicazione dell’IMU anche agli immobili di edilizia residenziale pubblica (di proprietà dei Comuni e degli IACP). L’imposizione fiscale, in questo caso, determinerà l’impossibilità, da parte degli enti proprietari, di procedere ad interventi di manutenzione straordinaria (con l’inevitabile degrado degli immobili ed il peggioramento delle condizioni di vita degli occupanti) a meno che non si pensi ad aumentare il canone sociale corrisposto dagli assegnatari, che vedrebbero ulteriormente intaccato il proprio reddito.

–          L’art. 14 della medesima legge istituisce dall’1/1/2013 la TRES (Tassa Rifiuti e Servizi). Il nuovo tributo comprende la Tassa Rifiuti Solidi Urbani e l’imposta sui servizi indivisibili. La tassa sui rifiuti deve coprire l’intero costo del servizio ed è ispirata correttamente al principio: “chi inquina paga”. L’imposta sui servizi, tralasciata ogni valutazione in ordine alla assai dubbia legittimità costituzionale essendo l’imposta stessa rapportata alla superficie degli immobili e non già al reddito del contribuente, viene determinata in 0,30 euro/mq con possibilità di incremento da parte dei comuni fino a 0.40 euro/mq. Anche in questo caso il gettito viene compensato con tagli sul fondo sperimentale di riequilibrio e sul fondo di perequazione.

–          L’art. 28 del medesimo provvedimento prevede, ove mai non bastasse, ulteriori tagli per i comuni, (1.450/milioni di euro) al fondo sperimentale di riequilibrio ed al fondo perequativo, da calcolarsi per ciascun comune in proporzione alla “distribuzione territoriale dell’IMU propria” (comma 9). Il tutto in aggiunta ai tagli già operati ai comuni dal Governo precedente in occasione dell’approvazione del D.L. 78/2010, che  per il Comune di Bari si è sostanziato in un ridimensionamento secco ai trasferimenti per il 2011 di circa 15/milioni di euro, aggiunti al maggior contenimento della spesa determinato dal rispetto del Patto di Stabilità. Tale norma, in assenza di urgenti e necessari chiarimenti interpretativi non consente ai comuni di determinare nel ”quantum” l’ulteriore perdita di risorse per i propri bilanci. Di fatto, a fronte di una maggiore IMU complessiva, come già detto,  pari a 2.000/milioni di euro riconosciuta ai Comuni, lo Stato recupera immediatamente 1.450/milioni di euro ridimensionando il fondo di perequazione. Ciò provoca una illegittima e discriminatoria accelerazione del federalismo fiscale (prima ancora di aver determinato i costi standard dei servizi) che, per un verso aumenta apparentemente l’autonomia dei comuni, e per altro verso cancella definitivamente ogni  principio di solidarietà.

L’assenza di chiarezza, in questo drammatico momento, oltre ad ingenerare rischi di contrasti sociali, pone i comuni in una situazione di  incertezza totale non avendo riferimenti affidabili per  le entrate, indispensabili per costruire i propri bilanci di previsione nel rispetto dei principi obbligatori di attendibilità e veridicità.

Nel sottolineare e ribadire la necessità di interventi chiarificatori dei dubbi e delle incertezze generate dalla legge in esame, non va sottaciuto che l’esigenza è oltremodo legittima atteso che nei fatti la paternità dei provvedimenti impositivi sulle rispettive comunità non potrà che ricadere sui comuni che saranno individuati come unici responsabili sul piano politico-amministrativo.

L’ASSESSORE AL BILANCIO

Avv. Giovanni Giannini

(Comunicato dell’Ufficio Stampa del Comune di Bari)