“Non faccio niente di male, ma dal primo aprile smetto perché potranno farlo solo cooperative ed associazioni accreditate con la Asl. Non voglio avere problemi. Per un prelievo chiedo 5 euro, il necessario per comprare le sigarette. Porto anche le provette in ospedale. Lo so che hai bisogno ma non posso proprio aiutarti”. A parlare è un infermiere in pensione, residente in un paese alle porte di Bari. Lo becchiamo allo sportello dell’ospedale Di Venere nel pieno dell’inchiesta condotta da Guardia di Finanza e Carabinieri, venuti in redazione ad acquisire il video originale con la richiesta di 20 euro per un prelievo a domicilio. Richiesta fatta da un’infermiera del reparto di Emofila del Policlinico.

L’uomo è in coda con un borsello di colore giallo in mano, uno di quelli foderati con la pellicola d’alluminio che si porta in spiaggia. Dentro ci sono una mezza dozzina di provette piene di sangue da consegnare per la terapia del cumadin.

L’infermiere in pensione discute con l’ex collega allo sportello e si apparta nel corridoio accanto per inserire le ultime informazioni sulle due domandine da compilare con i dati del paziente, compresa la fotocopia del documento d’identità, oltre a quelli dell’infermiere che ha effettuato il prelievo. A quel punto ritorna allo sportello e consegna le provette col sangue prelevato ai suoi pazienti a domicilio.

Dopo lo scandalo sulle prestazioni a domicilio, fatte in nero da infermieri in pesione o fuori dall’orario di lavoro, aumentano i disagi tra i pazienti. Nessuno ha infatti previsto un’alternativa immediata agli allettati dopo l’invio della tardiva disposizione con cui i vertici della Asl invitano il personale degli ospedali a rispettare le regole. Leggi colpevolmente ignorate da sempre, anche quando negli ospedali accettavano campioni di sangue di chissà chi, portati da chissà chi.

 

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