La Croce Rossa Italiana si becca un’altra stangata. Se la becca su dei conti già disastrati e anche stavolta la prende per mano del Tar del Lazio. I magistrati amministrativi romani scrivono la parola fine su una delle più spiacevoli e controverse vicende che hanno visto i dipendenti del Corpo Militare della Cri vessati in maniera abnorme da anni e con una serie di provvedimenti legislativi adeguano le retribuzioni di questi a quelle degli altri militari delle Forze Armate della Repubblica Italiana. Da via Toscana questi adeguamenti sono partiti naturalmente in ritardo. Una lentezza ingiustificata, secondo alcune decisioni giudiziarie, a maggior ragione perché, essendo dipendenti pubblici, i denari con i quali venivano retribuiti provenivano dalle casse erariali e non certo da quelle della Croce Rossa. La soluzione, quella di cominciare a pagare gli adeguamenti e di costituire un fondo per distribuire gli arretrati, è finalmente arrivata.

“La CRI – dice la sentenza del Tar Lazio – ha deciso, in via autonoma e spontanea, di adeguare gli stipendi dei propri dipendenti militari a quelli degli appartenenti alle Forze Armate, prevedendo, per tali aumenti contrattuali, una decorrenza diversa da quella prevista dalle normative di riferimento per il personale delle Forze Armate ( 1° gennaio 2009; 1° gennaio 2010 e 1° dicembre 2010) ed ha statuito che, con riferimento agli arretrati relativi agli anni 2005, 2006, 2007 e 2008, ne fosse procrastinata l’erogazione, per mancanza di fondi, sino al momento del reperimento delle risorse finanziarie”. Nel marzo del 2014 la Cri iscriveva in bilancio 14 milioni di euro per provvedere a pagare gli arretrati stipendiali maturati per effetto di questi adeguamenti mentre nello stesso agosto, motivando la decisione con la grave situazione di cassa dell’Ente, ne disponeva lo storno. Nel frattempo, a seguito di una rettifica di precedenti provvedimenti di avanzamento, l’Ente ha ricalcolato la restituzione delle somme che alcuni militari avevano nel tempo percepito in misura maggiore del dovuto. Il Tar de Lazio, con la sentenza numero 2271 dello scorso 19 febbraio ha stabilito che gli arretrati sono dovuti, facendo leva anche su altre sentenze divenute nel tempo definitive e nella sentenza ha bacchettato duramente la disinvoltura contabile dei dirigenti di via Toscana.

Si legge infatti nelle motivazioni che “dalla situazione contabile, così come esplicitata dal rendiconto generale del Comitato Centrale della CRI del 2013, emerge, in modo chiaro ed esaustivo, che risultano approvati gli impegni di spesa indicati nel bilancio preventivo del 2013 relativamente al pagamento delle somme a titolo di arretrato degli aumenti contrattuali ai militari in servizio presso l’Ente conformemente agli impegni in precedenza assunti, tanto che le indicate somme, previste nel loro preciso ammontare, non erano state ancora materialmente corrisposte, ma, comunque, avevano avuto una puntuale destinazione, sanzionata nell’approvazione del bilancio, in attesta di un conseguente provvedimento di impiego. In tal modo essi hanno costituito un residuo passivo del bilancio approvato, ossia hanno costituito, nel caso di specie, l’espressione di spese già impegnate e non ancora ordinate ovvero ordinate ma non ancora pagate e, pertanto, rappresentano debiti dell’Ente nei confronti di terzi, in questo caso di propri dipendenti. Il regolamento di contabilità della CRI, recita: sono vietati gli storni nella gestione dei residui e tra questa e quella di competenza o viceversa. Ora le determinazioni assunte con i provvedimenti censurati costituiscono, appunto, uno storno di residui, in questo caso passivi e ciò in palese violazione della normativa interna della stessa CRI e, pertanto, tali provvedimenti risultano illegittimi”.

La stessa motivazione è alla base di un’altra sentenza, esattamente la numero 2272 del 2016 che dice “ora le determinazioni assunte con i provvedimenti censurati costituiscono, appunto, uno storno di residui, in questo caso passivi, proprio perché destinano una somma già impegnata, ma non liquidata, verso altre poste di bilancio dell’anno 2014 e ciò in palese violazione della normativa interna della stessa CRI, pertanto, tali provvedimenti risultano illegittimi per eccesso di potere” e riguarda il ricorso presentato, per le stesse ragioni di corresponsione di adeguamenti stipendiali, da un singolo militare.

La voragine che si aprirà per effetto di queste e di altre sentenze che di conseguenza stanno arrivando sarà enorme. La dimostrazione che la privatizzazione è stata un bluff ce la daranno i magistrati amministrativi e contabili. Le stesse persone che hanno, nel tempo, cagionato questi buchi enormi di denaro pubblico oggi stanno tornando a candidarsi nelle elezioni col trucchetto che andranno in scena dalla prossima settimana fino a maggio. I volontari, con il loro voto condizionato dall’alto, potranno scegliere se partecipare a questa demolizione o credere ancora in quella bandiera che entro la fine dell’anno temiamo possa essere ammainata dalla mole dei provvedimenti giudiziari che riteniamo possa essere soltanto la punta di un iceberg più grande di quello che ha tirato a fondo il Titanic. E voi continuate a chiamala privatizzazione.

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