Curata da Clara Gelao, affiancata da un team di giovani e validi studiosi (Marzia Capannolo, Federica Derosa, Giacomo Lanzilotta e Lucia Rosa Pastore), la mostra ripercorre la lunga e intensa attività dell’artista dal secondo decennio degli anni Venti del Novecento sino agli anni Settanta: in questo periodo egli dipinge uno straordinario numero di quadri, per lo più ritratti, in gran parte familiari, e paesaggi pugliesi, campani e di altre località meridionali, svedesi.

Sin dai primi dipinti si può riscontrare nel Tota un modus operandi che ricorre costantemente lungo tutto l’arco del suo percorso artistico e determina non poche difficoltà nella periodizzazione e datazione delle sue opere: la consuetudine, cioè, di eseguire diverse versioni – più esattamente vere e proprie repliche – di uno stesso dipinto, che possono essere coeve o distanziate nel tempo; senza variazioni o con modestissime variazioni nella composizione e talvolta con variazioni più evidenti e riconoscibili nella cromia e nel modo di stendere il colore. Tale circostanza, che non è rara nel percorso di altri artisti, nel Tota è particolarmente visibile, ed è spesso dovuta non solo alla volontà di corrispondere alle pressioni di parenti e amici che richiedevano repliche dei soggetti più piacevoli e accorsati, ma al desiderio di rivivere l’emozione della creazione (ne fanno fede alcuni disegni, successivi alla realizzazione della prima versione).

Il primo periodo del Tota (1917-1940)

Giovanissimo, il Tota fu mandato a studiare a Roma, accompagnato dalla fama di enfant prodige, nata a seguito di una curiosa prassi infantile che gli aveva procurato ad Andria molti ammiratori, la capacità cioè a ritagliare degli animali direttamente dalla carta, senza alcun disegno preparatorio. Dopo la frequenza della Scuola di Avviamento Professionale, il Tota si iscrive al Liceo Artistico di Roma per poi proseguire con l’Istituto di Belle Arti (attuale Accademia), dove si formò con Camillo Innocenti e Giulio Bargellini, entrambi personalità indiscusse della scena romana fra la fine del XIX secolo e i primi venti anni del Novecento.

Al periodo iniziale dell’artista va probabilmente riferito il dipinto Bimbo con cavalli e pastore esposto in mostra, che presenta molti punti di contatto stilistici con quello, irrintracciabile ma noto da una fotografia, dal titolo In giardino, ispirato ad un soggetto particolarmente caro agli Impressionisti.

Nella seconda metà del secondo decennio del Novecento il Tota partecipa alla I mostra d’arte pugliese, tenutasi a Bari nel 1917, esponendovi opere per lo più eseguite a Roma, fra cui Il Tevere da Villa Glori, anch’esso presente in mostra.

Il periodo giovanile e della prima maturità del Tota si può dire si concluda nel 1932, quando egli espone una ricca antologica a Palazzo Fizzarotti a Bari. Non poche opere di questi anni sono andate disperse, ma in mostra se ne espongono versioni più tarde, la cui composizione, considerate le modalità operative del Tota, è del tutto simile alla versione originale.

Nel periodo trascorso a Roma, nei temporanei soggiorni che lo portarono ad Urbino e a Matera per incarichi d’insegnamento temporanei, sino a quello presso l’Istituto Tecnico di Benevento, nel ’37-’38, che doveva letteralmente cambiargli la vita – vi conobbe la moglie, Adele Mastropaolo – e sino al 1940 – anno in cui il Tota si stabilirà definitivamente e ufficialmente a Napoli – l’artista non cessò mai di tornare regolarmente ad Andria, dove conservò la sua residenza e dove continuò quasi freneticamente a dipingere, affiancando soggetti “familiari” – dedicati a vari membri della famiglia d’origine, come i genitori, la sorellina Ermelinda, la nipote Tina, figlia del fratello Francesco – a quelli più sensuali che andava realizzando a Roma.

I dipinti di questi anni che raggiungono esiti più interessanti sono quelli che il Tota esegue con continuità soprattutto nei soggiorni estivi nel luogo d’origine, applicandosi a soggetti più vari e suggestivi: paesaggi, scene pastorali e di genere, vedute marine per lo più “abitate”, in cui, più che l’influenza dei suoi maestri romani, riconosciamo la continuità e, nello stesso tempo, l’evoluzione, rispetto alla scuola di paesaggio pugliese, il cui antesignano può considerarsi Giuseppe de Nittis, il grande artista barlettano morto a Parigi nel 1884. Il riferimento è, più precisamente, agli inizi del De Nittis, in cui egli dipinge affascinanti, poetiche vedute dell’Ofanto o mandrie di bufali, rispetto alle quali le opere del Tota denotano una sorprendente affinità, se non di stile, certamente di temi e di atmosfera.

Fra i dipinti più studiati e reiterati in varie versioni sono quelli dedicati all’Ofanto, dove si avverte l’attenzione del Tota al mondo rurale della sua terra e alla dura solitudine dei piccoli pastori pugliesi, uno degli anelli più deboli di una economia ove l’allevamento delle pecore costituiva una delle voci più importanti: ne è prova il disegno, datato 1924, raffigurante un pastore adolescente Sulle rive dell’Ofanto (è questo il titolo col quale è nota questa composizione), circondato dal suo gregge (cat. n. 13). Questo disegno, dal tratto sottile e meticoloso, è alla base di un dipinto, caratterizzato da un’atmosfera calda e affocata e da alcune varianti nella vegetazione dello sfondo, realizzato presumibilmente poco tempo dopo (cat. n. 14). Ma il piccolo disegno del 1924 è tradotto, ancor più fedelmente, in un altro dipinto, assai più tardo (eseguito in vista della retrospettiva di Andria del 1976), dai colori accesi e dall’atmosfera piùfresca e primaverile: una pittura più veloce, corsiva, con tocchi di verde smeraldo, giallo ocra, cobalto, violetto cat. n. 15). Riproposizioni tarde sono anche il dipinto L’Ofanto (cat. n. 19), la cui prima versione fu eseguita entro il 1932, Scogliera di Trani (cat. n. 18), a noi nota solo attraverso una tarda riedizione realizzata in vista della mostra di Andria del 1976, Calma mattinale (cat. n. 22), Cavalli al bagno (cat. n. 23), Campo di grano (cat. n. 21), o Estate (cat. n. 34), dipinti tutti le cui prime versioni parteciparono alla mostra barese di palazzo Fizzarotti del 1932, ma che ci sono pervenuti in redazioni più tarde.

A quel che attesta il Gioscia nella sua recensione della mostra del Tota tenutasi in Palazzo Fizzarotti a Bari nel 1932, entro questa data l’artista dipinse una serie di sei pannelli raffiguranti Bambini al mare. «Tutta l’estate il Tota è sulla spiaggia tranese. È il solo, tra un viluppo di barche e di cordami, di reti tese o raggomitolate, tra bambini nudi e pescatori dal petto villoso e dai polpacci muscolosi, tra donne succinte nei loro costumi da bagno». Dei dipinti originali, sparsi in varie collezioni private, sono stati rintracciati tre esemplari (cat. nn. 28-29-30). È invece sicuramente una tarda replica (anni Settanta) del dipinto originale la Piccola bagnante in collezione Bruno Tota a Napoli (cat. n. 31). Dei restanti due dipinti possediamo solo versioni tarde, degli anni Settanta. Quello di cui a cat. n. 32 è una riproposizione più affollata del precedente, con l’aggiunta di due figure di bimbi, mentre la composizione del sesto dipinto mancante si può presumibilmente desumere da una tela del 1976-1977 che raffigura la piccola Sonia Tota, nipote dell’artista (cat. n. 33), quasi in bilico sugli scogli; tela che è probabilmente una tarda riproposizione, adattata all’occasione, del dipinto originale.

L’incontro del Tota con Adele Mastropaolo, napoletana – appartenente ad una nota famiglia di intellettuali e insegnante di chimica presso l’Istituto Tecnico di Benevento dove anche l’artista prestava la sua opera – la quale diventerà sua moglie nel 1939, oltre che determinare a distanza di qualche tempo (1940) il trasferimento definitivo del pittore a Napoli, dove resterà sino alla morte, è all’origine di una serie di dipinti, scaglionati nel tempo, dedicati agli affetti, alla sua nuova famiglia. Fra questi, molti i ritratti dedicati alla moglie, che seguono il lento sedimentarsi degli anni su di lei, sin quasi alla morte. Fra i dipinti più antichi, antecedenti il 1940, non si può non segnalare La toeletta di Adele, di cui è noto anche il disegno preparatorio, nel quale la giovane donna, completamente nuda, è seduta di tre quarti, quasi di spalle, dinanzi alla toeletta, intenta a ravviarsi i capelli. Nel dipinto il Tota riprende chiaramente l’analoga postura della protagonista di un dipinto del suo primo maestro, Camillo Innocenti, La camera bianca, presentato all’XI esposizione nazionale d’arte della città di Venezia del 1914.

Il periodo napoletano (dal 1940 in poi)

Dopo il suo definitivo trasferimento a Napoli, il Tota si dedicò, oltre che alla ritrattistica familiare, al vedutismo e alla paesaggistica, esemplificati da un consistente numero di dipinti dalla pennellata più densa e cromaticamente più vivace della sua produzione giovanile, ma che spesso conservano l’atmosfera silente e rarefatta che caratterizzava questi ultimi. Poche, di converso, le incursioni nei temi sociali, cui pure il Pure fu personalmente sensibile.

Nei suoi paesaggi, l’artista ha dedicato un certo spazio alla rappresentazione di vedute lacustri, di cui coglie gli aspetti più silenziosi e deserti, privi della presenza umana. Tali dipinti,  realizzati tra la fine degli anni Sessanta e i primi degli anni Settanta, sono pervasi da un’atmosfera sospesa e rarefatta. L’interesse del Tota per i laghi si manifesterà anche durante il breve soggiorno in Svezia, dove egli si recò nel 1969 insieme al figlio Bruno, che aveva sposato una giovane donna svedese, Monica Modigh.

Il viaggio toccò varie tappe: non solo Stoccolma, ma anche diverse località dell’arcipelago di Stoccolma, dove l’artista eseguì molti disegni mentre il figlio Bruno, su sua indicazione, scattava numerose fotografie. Il Tota fu vivamente colpito dai paesaggi e soprattutto dalla luce fredda e boreale della Svezia, così diversi da quelli dell’Italia, inaugurando una nuova fase stilistica che impronterà in seguito anche le vedute eseguite in Italia. Alcuni dei dipinti aventi come soggettola Sveziafurono eseguiti in Svezia nel 1969, ma il Tota continuò a dipingere soggetti svedesi anche a Napoli, servendosi dei suoi ricordi oltreché di disegni e di fotografie.

Un gruppo di dipinti, all’interno di quelli eseguiti in Svezia o dedicati alla Svezia, ruota intorno al tema della solitudine, che alcuni dei paesaggi e delle vedute di questo straordinario paese si prestano particolarmente ad evocare.

La solitudine protagonista di questi dipinti è però priva di accentazioni drammatiche, ma risulta piuttosto distanza dagli affanni ed intima quiete.

Intorno alla metà degli anni settanta il Tota realizza alcune piccole, interessanti opere di cui sono protagonisti cavalli, isolati o in mandria. È difficile decidere se siano stati dipinti in Svezia o in Italia: quel che è certo è che, comunque, la luce fredda e i paesaggi sconfinati, punteggiati da gelidi specchi d’acqua, sembrano evocare il fascino esercitato su di lui dal soggiorno in Svezia. Persino un soggetto chiaramente pugliese, Pastorello della Murgia, un ritorno ai temi degli anni giovanili, rispecchia stilisticamente i dipinti di questo gruppo.

Un folto gruppo di dipinti scaglionato lungo il corso degli anni settanta, è documento dei vari soggiorni dell’artista a Ravello e del fascino esercitato su di lui dalla celebre Villa Cimbrone, una fantasiosa, eclettica costruzione fatta edificare su un promontorio a picco sul mare, già sito archeologico, a partire dal 1904, dal lord inglese Ernest William Beckett, che l’aveva acquistato, e che distribuì nell’ampio parco, dove il gusto pittoresco inglese è accostato a quello geometrizzante italiano, statue, varie antichità, fontane e grotte. Ma quello che più interessa l’artista sono i vari effetti di luce che simili paesaggi, affacciati sul magnifico golfo di Salerno, permettono di sperimentare.

Nella mostra sono comprese le opere del Tota la cui datazione non supera gli anni Settanta, durante i quali l’artista continuò a produrre vedute dei luoghi più affascinanti della Campania, oltreché ritratti, soprattutto familiari.

Si può affermare che l’attività dell’artista, morto nel 1998, sia proseguita fino a poco prima della sua scomparsa. L’ultimo periodo è caratterizzato però da un tentativo di confrontarsi con un presente sempre meno rassicurante (si pensi al ciclo degli Intossicati, che ritrae un gruppo di giovani drogati) o a lui estraneo (giovani che ballano in discoteca): un presente più immaginato che vissuto, dato che sicuramente egli doveva sentirsi del tutto estraneo a quanto accadeva nella società degli anni Ottanta e Novanta.

Nell’attività artistica di Riccardo Tota si contano le illustrazioni di una ventina di libri, manuali scolastici e libri di lettura per l’infanzia, molte delle quali ispirate ai testi di Michele Mastropaolo, padre della consorte Adele. Tali illustrazioni ( cui il Tota si dedicò con maggiore impegno negli anni 1944-52,. erano particolarmente indirizzate a supportare i libri scolastici di narrativa, compresi i grandi classici come Le avventure di Pinocchio; storie che hanno quali principali protagonisti bambini e ragazzi, i quali agiscono in ambientazioni sapientemente descritte  dai loro punti di vista, con sviluppi avventurosi, dialoghi serrati, colpi di scena e chiusure con finali edificanti, dalla morale normalmente esplicitata a chiare lettere.

Per informazioni:

Pinacoteca Provinciale “Corrado Giaquinto”

Via Spalato 19 / Lungomare Nazario Sauro 27 – Bari – Tel. 080/5412421-3-4-6-7  pinacotecaprov.bari@tin.it;

Orario: dal martedì al sabato: 9.00 -19.00; domenica: 9-13; lunedì e festività infrasettimanali chiuso

Ingresso: adulti € 2,58 – Minori di 18 anni e ultrasessantenni: gratuito; Studenti in visita guidata e Soci Touring : € 0,52

Ufficio Stampa Provincia di Bari : Tel. 080/5412338 – Fax 080/5530867 ufficiostampa@provincia.ba.it;

Ufficio Stampa Pinacoteca: Tel: 080/5412427 – Fax 080/5583401 pincorradogiaquinto@tiscali.it; pinacotecaprov.bari@tin.it;

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