È toccato ad Eugenio Scandale, nella sua veste di Presidente dell’Accademia Pugliese delle Scienze e dunque di padrone di casa, aprire le danze e porgere il saluto alla presentazione del libro “Mal di giardino. Natura e arte del verde”-Ed.  Progedit 2016,  scritto a quattro mani da Franco Botta e Giuseppe Caccavale.

La presentazione era organizzata dalla Teca del Mediterraneo – Sezione Biblioteca e Comunicazione Istituzionale del Consiglio Regionale della Puglia, rappresentata dalla Dirigente Daniela Daloiso, che pure ha rivolto un saluto al numeroso pubblico presente nella davvero bella, ma non capientissima, sala conferenze dell’Accademia delle Scienze.

Interessanti gli interventi che hanno preceduto la relazione finale dell’ecclettico Franco Botta, unico autore presente. Giuseppe Caccavale, l’altro autore, ha mandato un messaggio di scuse dell’assenza, causata da pregressi impegni.

Interventi, dunque, di Franca Tommasi, professore associato di Fisiologia Vegetale dell’Università di Bari, ottimo, ma lungo quanto una relazione, più succinti ed ancor più centrati, a mio avvivo, sia quello di Beppe Carlone, Storico dell’Urbanistica del Politecnico barese, che quello di Maria Valeria Mininni, Professore associato di Urbanistica a Matera.

È seguita la relazione di Franco Botta. Franco nasce economista, ma l’economia, per quanto sia alla base di gran parte, se non di tutte le attività umane della nostra società, sta stretta ad una mente eclettica come la sua, che non conosce confini. Tranese di nascita, docente alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Ateneo “Aldo Moro”, adorato dagli studenti, che facevano la fila dinanzi alla porta della sua stanza, per una spiegazione in più rispetto alla lezione – riuscire a far amare l’economia ai futuri avvocati, magistrati, notai è impresa davvero ardua – era sempre il primo ad arrivare in istituto.

Ritrovo più tardi Franco Botta editorialista del Corriere del Mezzogiorno, permettetemi di aggiungere, fra i migliori. Nei suoi articoli c’è quasi sempre una base di economia, ma diventa spesso solo la rampa di lancio per voli pindarici imprevedibili, quanto affascinanti.

Non potrò mai dimenticare un suo fondo in cui paragonava il tessuto sociale economico barese al pranzo della domenica nel capoluogo regionale pugliese: con i soli antipasti di un pranzo barese, nel resto d’Italia si fa l’intero pranzo. Recitavo più o memo così l’articolo per poi paragonare a quell’avidità nel cibo, l’avidità economica del neo levantinismo. Semplicemente fantastico.

Botta scopre ad un certo punto della sua vita il giardinaggio, la passione rigeneratrice, quasi terapeutica per la mente, dell’attività del coltivare e mette casa, con famiglia al seguito, nella campagna della periferia di Monopoli, dove coltiva un pezzo di terra, che gli riporta alla mente i consigli di suo nonno, che amava coltivare un giardino in quel di Trani.

Non credo sia stata l’antica amicizia con Franco Botta a suggestionarmi, credo molto di più che sia dovuto alla sua capacità di affabulare, quella stessa che affascinava gli studenti. Certo è che la sera stessa, dopo aver percorso in uscita il bel viale della sede dell’Accademia delle Scienze, mi son trovato con la voglia di coltivare qualcosa, il giardino della casa di campagna, le piante sul balcone, un vaso in salotto.

A parte alcune deficienze organizzative, dai criteri di distribuzione delle copie, incomprensibili, tanto da sembrare clientelari, alle proiezioni sfasate, alla moderazione carente, per il resto una serata interessantissima.

Da segnalare la presenza in sala dell’editore, patron della Progedit, Gino Dato, sulle cui meritorie iniziative questa testata accenderà i riflettori con un apposito servizio. Sentito nei giorni successivi alla presentazione del libro in merito a quella “strana” distribuzione di copie gratuite, che i primi ad arrivare non hanno né trovato, né ricevuto, Dato si è dichiarato estraneo all’organizzazione della serata e conseguentemente a quella defaillance, della quale non si era accorto non essendo stato tra i primi ad accedere.

Mi viene un dubbio: non è che hanno voluto applicare il “beati gli ultimi, che saranno i primi”. In tale ultimo caso gli organizzatori pare proprio non ne abbiano compreso il significato.

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