Una modalità operativa di primo intervento nei casi di femminicidi, stalking o maltrattamenti familiari. Si chiama “Protocollo Eva”, ed è la nuova “arma” a disposizione della Polizia di Stato per combattere e il fenomeno della violenza di genere.

Il protocollo è stato presentato questa mattina a Bari alla presenza del sindaco Antonio Decaro, del Prefetto Marilisa Magno, del Questore Carmine Esposito, del Prefetto Vittorio Rizzi e del Direttore della Direzione Centrale Anticrimine della Polizia di Stato presso il Dipartimento della Pubblica Sicurezza.

I numeri non mentono e raccontano una realtà in cui le violenze di genere è purtroppo una piaga in continua diffusione nel nostro Paese: nel 2016 in Italia sono stati registrati 108 casi di femminicidi, 11.400 di atti persecutori, 3 mila di violenze sessuali e 13 mila denunce per il reato di percosse. Dal primo marzo 2017 la Questura di Bari ha già registrato 11 casi gestiti col nuovo protocollo.

“Eva” è l’acronimo di Esame Violenze Agite: il protocollo ha codificato in linee guida le Best Practice per la gestione degli interventi legati alla violenza di genere in caso di primo intervento degli addetti al controllo del territorio, attraverso la elaborazione di una “Processing Card” composta di schede che i poliziotti devono compilare ed inserire negli archivi informatici di polizia quando intervengano a seguito di segnalazione di violenza di genere.

Da questo archivio, la Sala Operativa può trarre informazioni essenziali quando invia la volante sul posto: informazioni su chi ha richiesto l’intervento, sull’eventuale presenza di armi censite all’interno dell’abitazione, su eventuali precedenti di polizia a carico delle persone coinvolte, tutte utili per tutelare al meglio sia la vittima che gli operatori.
La seconda fase, molto delicata, riguarda l’approccio. I poliziotti, adeguatamente formati, devono intervenire con delicatezza, ascoltare le parti in luoghi separati dell’abitazione, verificare l’eventuale presenza di bambini e capire se questi hanno assistito all’evento; l’equipaggio intervenuto deve osservare i luoghi ed annotare ogni minimo particolare al fine di focalizzare ogni singolo elemento utile.

In caso di lesioni, ovviamente, si richiede l’intervento di personale sanitario; molto utile potrebbe rivelarsi anche raccogliere informazioni dai vicini di casa o nel quartiere.
Vengono “schedati” tutti i casi, anche quelli che non sfociano in una denuncia.
Una delle finalità del progetto EVA, infatti, è quella di lasciare traccia, per costruire una memoria storica che serva a monitorare il fenomeno e ad agevolare la scelta di una valida strategia di contrasto che può anche prevedere l’adozione di provvedimenti restrittivi nei confronti del reo.

“La violenza di genere affonda radici nella cultura del nostro Paese – ha spiegato il Capo della Polizia Franco Gabrielli – dove troppo spesso vige la regola dei vizi privati e delle pubbliche virtù. Gli episodi di violenza di genere si susseguono e non sempre è possibile collegarli. Il Protocollo EVA permette un approccio significativo e intelligente a un tema così delicato, a partire dall’utilizzo della nostra banca dati. I reati di violenza di genere presentano difficoltà di approccio. Ma la polizia che vogliamo è al servizio delle persone deboli, in difficoltà, degli emarginati. È la polizia di prossimità”.

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