Le campagne di tutta l’Area Matropolitana barese sono piene di discariche a cielo aperto. Ne abbiamo documentate decine, senza che purtroppo nessuno sia ancora intervenuto. Brucia amianto e bruciano pneumatici, ma i rifiuti che più di qualunque altro vengono abbandonati sono lo scarto delle lavorazioni edili. La sintesi di quanto diciamo è visibile in un’area privata asfaltata, ma incustodita, a ridosso di una bretella stradale che porta al centro commerciale Ikea, fra Triggiano e il quartiere Mungivacca di Bari.

Montagne di laterizi, mattoni, tufi, piastrelle e pietre, conseguenza dello sbancamento di attività commerciali, ma anche di piccoli rifacimenti in casa. Per capire le ragioni del fenomeno ci siamo spinti fin dentro una cava, nel territorio del quartiere di Carbonara. Per scaricare il materiale di risulta è necessario averlo fatto prima analizzare da un laboratorio privato, con un costo di circa 150, 200 euro.

Bisogna dimostrare si tratti realmente di un rifiuto, certificando i materiali che si vanno a conferire. A quel punto, per smaltirlo, occorrono tra gli 80 centesimi e l’euro per ogni quintale. Questi sono i costi, decisamente più bassi di quanto si spenderebbe per ripulire le aree inquinate coi soldi pubblici. È tutta una questione di costi. Da quello scarto, opportunamente pulito e lavorato, si ottiene materiale da costruzione, ancora poco utilizzato dalle nostre parti, dove si preferisce la pietra, pur essendo più costosa.

In uscita quel materiale, utile per un molteplice utilizzo, costa fra i 3 e i 4 euro, al contrario della pietra, il cui prezzo al quintale arriva e in alcuni casi supera i 10 euro. In tanti provano a fare i furbi, andando senza certificazione per lo smaltimento in discarica, salvo poi avere il rifiuto all’accoglimento del materiale e quindi optare per l’abbandono. La pratica è diffusa, almeno quanto quella di alcune cave, di accettare anche carichi non certificati. Nel video la posizione ed i consigli di Vito Palella, esperto operatore del settore.

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